domenica 21 gennaio 2007

La Sorella

La sorella è il romanzo scritto nel 1946 da Sándor Márai dopo Le Braci e prima dell’esilio in America.

Il tema è insolito rispetto a ciò che abbiamo letto finora nei romanzi di Márai: l’uomo di fronte a una grave malattia e la riflessione conseguente: qual è il senso della malattia?

Non viene mai pronunciato il nome della malattia come non viene mai pronunciato il nome del malato: sono universali, ci vuol dire lo scrittore.

Lo sfondo storico del romanzo è il periodo che precede la seconda guerra mondiale: una tragedia annunciata ma non ancora esplosa. Il viaggio che il protagonista, Z, affronta in treno, si svolge ancora in un’ apparente sensazione di benessere e di privilegio. Z è un celebre pianista e va a Firenze per un concerto.

Non è certo un caso la scelta della città simbolo della bellezza contrapposta all’immagine della distruzione che si profila all’orizzonte.

Quella sera d’autunno, quindi, Z suonerà a Palazzo Pitti, pronto a donare bellezza in quella “celebrazione” che è il concerto.

Ma dopo il concerto Z sta male.

E qui Márai entra nel racconto della malattia. Ne conosce i percorsi, sembra, le crudeltà, le angosce. Il dolore che prende al mattino si trasforma durante il giorno (con la luce che incoraggia a lottare e diventa subdolo la notte, col buio e il silenzio.

«Così anche il dolore si acquatta, perché il malato raccoglie tutte le sue forze e urla contro il carnefice che ne ha abbastanza, che deve smetterla…Ora bussa da questa parte, ora abbassa una maniglia un po’ più in là. Gli interessa tutto, gli occhi, le orecchie, lo stomaco, la regione cardiaca .Alla fine si annoia e per un po’ scompare. Come se fosse andato via. Dove si nasconde in questi momenti?…».

Sono entrata in questo libro con amore, con sofferenza, con i ricordi.

Come non amare pagine tanto intense e drammatiche su una condizione che ho conosciuto bene?

La malattia di Sylvie, l’Aids. La prima che mi ha messo a confronto con un male senza rimedio. La malattia di Carlo, l’Alzheimer. Per quattordici anni mi ha tenuta legata facendosi accettare come “normalità”, come “ordine”, nel ripetersi dei gesti, delle cure, dell’assistenza. Infine la mia malattia, il tumore, esploso come un tuono quando l’ “ordine” ormai si era stabilito con le altre malattie.

«La malattia non è altro che un’offesa all’ordine cosmico» dice un medico a Z «La malattia è una condanna» perché Dio si è allontanato dall’uomo.

È questa la tesi che sentii sostenere dal primario della clinica tedesca nella quale mi ero rifugiata per riprendermi dalle cure devastanti. Mi ribellai. Non potevo accettare “anche” quella condanna.

Cosa voleva ancora la vita da me? Solo molto tardi mi aveva dato la serenità e si era affrettata a togliermela attraverso la malattia di mio marito. Mi aveva dato la “mia” malattia e voleva che accettassi “anche” la condanna?

E non poteva, invece, la malattia, essere un grido di dolore per dire al mondo «Basta, non posso più sopportare, la misura è colma?»

Márai pensa la malattia come un «aguzzino cinese.» E perché non comunista? Gli chiederei io. Ma il cinese lontano è più misterioso, più crudele per un borghese come Màrai.

Z rimane in una stanza d’ospedale molto confortevole ma che non gli permette di guardare fuori: c’è un muro di cinta. L’arte di Firenze, pur così vicina, non può soccorrerlo neppure facendosi spiare.

No, la malattia è gabbia, solitudine, è la fine della “menzogna”, la fine di quella “rappresentazione” che è la vita. Giù l’abito di scena. C’è solo la verità.

«Il pudore può esistere soltanto dove ci sono desiderio e senso di colpa» e la malattia soffoca sia l’uno che l’altro.

«È possibile una situazione più confidenziale, più assoluta, più sincera di quella di un corpo davanti a quelle quattro donne, nel suo stare tra la vita e la morte

Z è assistito da quattro suore, le Sorelle appunto.

«L’intimità che si crea fra il corpo del malato grave e chi se ne prende cura…».

«Ma il corpo malato non ha segreti…».

Come non ripensare al mio essere “Sorella” accanto a Carlo? Al suo corpo, che tanto avevo amato nell’amore, abbandonato al bisogno di essere curato e assistito? Quante volte, quando lo sollevavo dai cuscini, l’ho pensato come il Cristo nelle braccia di sua Madre. Quante volte, la pietà per quel corpo mi ha spinta a baciarlo, accarezzarlo, stringerlo e profumarlo.

Conosco l’essere Sorella, conosco quel sondino di gomma infilato impietosamente nel naso per obbligare quel corpo a nutrirsi, a vivere. Conosco il colore di quel liquido denso color cannella che doveva obbligare quel corpo a non arrendersi.

Márai mi ha riportato a tutto questo con la forza della sua straordinaria capacità narrativa.

Poi, questa narrazione sulla malattia ritorna a un tema molto caro allo scrittore, l”amore”. E ci ritorna facendo della malattia la metafora dell’incapacità di reggere a un amore difficile, senza speranza, che avvelena chi lo vive.

Liberarsi di quella malattia d’amore vuol dire guarire?

«E quella lotta, o marcia, non era la malattia ma la vita intera.» Questo pensa Z quando è sicuro di voler morire.

Ma c’è una voce femminile, una delle sorelle (ma quale delle quattro?), che gli dice: «Non voglio che lei muoia». E lui pensa che sia una energia femminile che sta lottando per lui. E non può resisterle. È più forte del suo desiderio di morire, quell’energia.

È stata la mia energia a tenere Carlo in vita per tanti anni, a non permettergli di arrendersi alla devastazione? Non lo so. Certo è che anch’io gli dicevo:«Non voglio che tu muoia». E lui non è morto fino al momento in cui ho capito che non potevo più chiedergli tanto dolore e tanto eroismo.

«Perché vivere è una grande responsabilità. Ma ci pensi: vivere tra la gente!…Sono molti quelli che non ce la fanno. Quanti interessi! La noia, la vanità, l’ambizione, i sensi, e dietro ogni cosa si nasconde la morte…Chi riesce a sopportare tutto questo rimanendo sano in ogni momento?»

Milano, 26 luglio 2006

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