martedì 30 gennaio 2007

Intorno alla mostra CINA

Intorno alla mostra CINA

Come si può scrivere della Cina di oggi senza tenere costantemente presente radici e percorsi di questo paese?

Feci il mio primo viaggio in Cina nel 1981 con l’associazione Italia-Cina, una delle poche organizzazioni che vi avevano accesso. Ricordo che quando decisi mi chiesi se era prudente affrontare quell’avventura. Ci arrivai con la testa piena della propaganda che si faceva sui nostri giornali: lampadine fioche, pensieri di Mao che venivano letti durante le ore di lavoro, cibo razionato. Mi aspettavo un paese cupo, triste e invece scoprii, nelle città che visitai: Pechino, Nanchino, Shangai, Canton e alcuni villaggi interni, gente che non aveva l’aria di essere traumatizzata.

Nei musei vidi famigliole cinesi, gente sorridente e sorpresa di vedere facce occidentali. Niente mi sembrò come avevo immaginato anche se i cinesi erano ancora tutti in divisa grigia, gli alberghi erano sporchi (molto), le strade delle città affollate da biciclette, esisteva un solo negozio per turisti e si parlava della rivoluzione culturale come del più grande flagello che avesse subito il Paese.

Molti argomenti erano tabù per le guide che ci accompagnavano. Vidi anche una delle ultime donne con i piedi fasciati. Piedi che venivano fasciati non per rendere le donne più belle ma solo perché non potessero scappare. Feci parte del primo gruppo autorizzato a entrare nel paese natale di Confucio, appena riabilitato e, accanto a delle bottegucce artigiane e la strada principale non fosse asfaltata, trovai una immensa libreria.

Riportai da quel viaggio l’impressione di una popolazione serena, nonostante l’evidente povertà.

Al ritorno mi misi a studiare la Cina e per un anno e mezzo. Lessi tutto quanto potevo trovare in giro: da Snow alla Collotti Pichen, alla Macciocchi, al romanzo del xvi secolo di Chin P’ing Mei che da solo è una grande lezione sulla Cina di quel tempo e di tutti i tempi fino a Mao.

Fui folgorata da quanto Mao avesse realizzato, da quanto la Lunga Marcia fosse stato un miracolo. Da Snow ebbi la spiegazione del perché fosse stato adottato il comunismo: l’occidente era la rappresentazione degli occupanti e il Giappone del vicino usurpatore. La Russia aveva aiutato Mao a stabilire una politica nel Paese, aveva mandato tecnici: inevitabile quindi la scelta.

E nel tempo, ritornata in Cina al seguito di mio figlio che vi ha lavorato per 10 anni realizzando grandi opere per una importante società italiana, ho riconfermato le mie opinioni, assistendo, stupefatta, alla velocità dei cambiamenti.

Sono stata in un cantiere nello Yanan quando ci volevano tre giorni di viaggio per arrivarci. Solo il treno da Kumming a Panzihua impiegava nove ore ed era occupato anche da topi oltre all’impossibilità di usare la toilette. Ricordo che viaggiai cercando di appoggiarmi il meno possibile al sedile e a tutto ciò che mi circondava.

Sono stata a Shangai quando ancora quel meraviglioso museo (costruito nel 1995 da un architetto giapponese), non era stato realizzato, quando Pudong, con i nuovi quartieri e il nuovo aeroporto, non c’era ancora, quando lo stupendo teatro d’opera costruito nel 1998 dall’architetto francese Charpentier, non era stato previsto. Ho avuto il privilegio di vivere una zona della Cina non da turista ma da residente, a contatto con la gente di tutti i giorni.

Ora, ciò che voglio sostenere è: senza Mao, oggi, questa Cina non esisterebbe. Ciò che mi dispiace in molti articoli che proliferano sui nostri giornali, è la sottolineatura del “totalitarismo” e gli effetti nefasti sul Paese. Persino per la soppressione dei Pokemon non sì è evitato il ridicolo attribuendola a un atteggiamento autoritario. Ma chi conosce questi cartoni mostruosi, sa che è solo un bene che un bambino non li veda. E non credo proprio che i bambini cinesi si sentano discriminati per questo.

Ma quando i giornali impareranno a essere seri?

Nell’articolo del 16 luglio scorso, Federico Rampini, corrispondente di Repubblica in Cina, dopo aver ripreso passaggi di Snow, aver detto dell’eroismo e delle enormi difficoltà vissute durante la Lunga Marcia, finisce col dire che Snow potrebbe essere stato strumentalizzato e che già allora, nella liberazione della Cina dai giapponesi, c’erano i germi della dittatura.

Ma ci si rende conto, intanto della tendenziosità e della malafede, ma anche di cosa voglia dire una rivoluzione in un paese in cui la Città Proibita, per secoli, è stata il simbolo del rapporto tra chi esercitava il potere e la popolazione? Dentro le mura la vita e i privilegi, oltre le mura non si aveva il diritto di esistere. Non era forse totalitarismo quello degli imperatori che “ignoravano” milioni di vite umane?

E’ su questo sfondo che metterei la bellissima mostra CINA che si è tenuta a Roma alle Scuderie del Quirinale. I famosi, stupefacenti guerrieri di terracotta, i bronzi, le porcellane, il guerriero di giada, tutti reperti provenienti dalle tombe degli imperatori, cosa sono se non una dimostrazione della potenza e della ricchezza degli Imperi che si sono succeduti? Quanti, ma quanti cinesi sono morti nella costruzione delle tombe che dovevano assicurare benessere e felicità ai potenti anche dopo la morte?

Le intenzioni di Mao erano quelle di sopprimere le distanze, dare a ciascuno una dignità di vita attraverso il lavoro e la cultura.

Certo, non è riuscito neanche a lui, come non riesce a nessuno, proprio a nessuno al mondo. Non posso negare che il regime di Mao non abbia portato morte, esecuzioni, lotte di fazioni, soppressione di nemici.

Ma chi conosce una rivoluzione che non abbia dovuto pagare questi prezzi? E in più, una rivoluzione che riguardava un miliardo di persone.

Non dimenticherò mai, nell’81, un gruppetto di cinesi, in un loro grande magazzino, guardarci stupiti e divertiti perché ci contendevamo le stoffe a quattro lire.

Mi raccontarono allora dei cadaveri che avevano galleggiato sul fiume Yangtze e della Banda dei quattro che aveva distrutto i monumenti storici (di cui vidi alcuni resti).

Ma quel gruppetto di cinesi divertiti, nel povero grande magazzino, non aveva raggiunto la dignità del vivere attraverso il lavoro, il cibo quotidiano, la coscienza di essere considerati? Io li ho visti: non avevano l’aria angosciata.

Non è un prezzo che si deve pagare per uscire da condizioni disumane come i cinesi poveri hanno vissuto prima della rivoluzione?

Noi europei ne abbiamo avute di esperienze tragiche, in dimensioni e condizioni ben più limitate. Mentre nel ’34 Mao costruiva, noi eravamo sull’orlo del baratro con la supponenza della nostra civiltà.

Non sembra strano che la Cina oggi sia il paese che sta preoccupando le grandi potenze occidentali e noi stentiamo a mettere insieme l’Europa?

D’altronde, se in Cina ci fosse la democrazia, così come la intendiamo noi, non ci sarebbe lo sviluppo economico che si sta realizzando. Impossibile tenere insieme un miliardo e mezzo di persone senza regole anche autoritarie.

Si denunciano i diritti umani violati, la povertà delle campagne, la non libertà di culto. Sicuramente, sarà tutto vero, ci sarà ancora molto da conquistare. Ma si arriverà anche a questi traguardi, ne sono certa.

Come possiamo noi europei, incapaci di sopprimere la povertà nei nostri paesi grandi quanto una provincia cinese, pontificare su una realtà che, come dice una frase famosa, si crede di conoscere dopo un mese, si pensa di dover approfondire dopo un anno, e dopo dieci anni si è certi di non aver capito molto?

Amo la Cina per questo potenziale di forza e di vigore, ammiro ciò che sta costruendo, e mi auguro che riesca a far vivere tutta la sua popolazione con la dignità che merita.


domenica 28 gennaio 2007

Andy Warhol

L’arte della ripetizione *

All’età di otto anni Andy era un bel bambino dall’aria paffutella, la fronte alta, i capelli biondi separati da un lato, gli occhi lunghi, scuri, penetranti, ironici.

Sua madre, una donna dal seno provocante, gli occhi e le labbra molto accentuate dal trucco, i capelli biondi arricciati dai bigodini, se lo portava dietro dovunque, anche quando incontrava uomini sconosciuti o quando faceva le pulizie in un grande magazzino.

Andy l’adorava, la seguiva ubbidiente, non protestava quando rimaneva, senza sapere perché, delle ore seduto su una sedia ad aspettare che sua madre uscisse da una stanza, sempre diversa, con un signore, sempre diverso. Faceva l’infermiera, gli aveva detto, e andava a curare i pazienti in casa. Andy aspettava, dopo, una macchinina in premio, o un album per disegnare o un pacchetto di quelle cicche alla fragola che tanto gli piacevano. Quando la mamma faceva le pulizie nel più grande magazzino di Pittsburgh, Andy si divertiva perché girava per gli scaffali pieni di barattoli, sacchetti, reggiseni, dolci. Qualche volta li toccava anche, senza farli cadere però, come raccomandava la mamma.

«Andy dove sei?» La voce superava il ronzio dell’aspirapolvere.

«Dove sono i rossetti.»

«Non toccare, altrimenti non posso più portarti. Non vuoi dispiacermi, vero?»

«No, mamma, no.»

E così, un giorno dopo l’altro, nelle ore fuori dalla scuola.

A scuola Andy aveva un amichetto dagli occhi azzurrissimi: Glenn. Era la prima cosa che Andy aveva notato. Glenn aveva un anno più di lui, era più alto e robusto e molto gentile. Quando Andy gli regalava i suoi disegni - perché Andy sapeva disegnare molto bene - li collezionava in una cartellina rossa che teneva sotto il banco.

Fu proprio un disegno di Andy che attirò l’attenzione del preside della scuola. Una mattina lo convocò nel suo ufficio e gli propose di partecipare a una piccola mostra interna.

Poi lo accarezzò lungamente.

A quindici anni Andy era un ragazzo non molto alto, magro, pieno di brufoli che disturbavano gli occhi scuri e lunghi dall’aria pensosa.

A scuola non c’era più Glenn, andato in collegio due anni prima, e non c’era più nemmeno il preside, sostituito da una grassa signora affabile.

Andy, ormai da qualche anno, non accompagnava più sua madre. Rimaneva ad aspettarla in casa e spesso la vedeva tornare stanca e inquieta.

«Non hai l’aria felice, mamma» le disse una sera che rientrò con il vestito in disordine e il trucco sgualcito.

Lei si mise a piangere a dirotto, andò a cambiarsi e disse:

«Mi passerà. Mangia intanto, non vorrai farmi dispiacere, vero?»

«No, mamma, no.» E si rimise a disegnare.

Andy amava soprattutto disegnare, fare ritratti, usare i colori. Aveva fatto e rifatto il ritratto di Glenn con gli occhi azzurrissimi, e quello della madre con il trucco pesante.

A venti anni Andy era non molto alto, magro, gli occhi lunghi e scuri e senza allegria. Sua madre era morta di un tumore all’ utero in pochi mesi. Prima di spirare gli aveva detto:

«Sii saggio, Andy, non vorrai darmi un dispiacere, vero?»

«No, mamma, no.»

E scappò da Pittsburgh.

Andò a New York con le sue poche cose e la voglia di disegnare.

Capitò da Glamour, la famosa rivista, che cercava giovani di talento. Il direttore fu gentile, lo trattenne a lungo nello studio, così come aveva fatto il preside.

Andy fu assunto.

Cominciò la sua clamorosa ascesa nel mondo della pubblicità. Si ricordò degli occhi azzurrissimi di Glenn, dei colori forti che usava sua madre, dei barattoli accatastati sugli scaffali del grande magazzino di Pittsburgh e cominciò a creare, a creare senza sosta, cartelloni, manifesti, copertine.

Conobbe un fotografo, Andrew. Spesso lo chiamava nel suo studio per farlo assistere alle sedute di posa. Spesso rimaneva a lungo con lui. Dopo ogni incontro la creatività esplodeva e Andy ideava spinto dal furore del rapporto appena avuto. Presto ne sentì sempre di più il bisogno.

A quaranta anni Andy era non molto alto, magro, gli occhi lunghi e tristi in un viso che cominciava a cedere.

Giaceva nel letto di un ospedale di New York gravemente ferito da una donna, fondatrice e unico membro della Società per fare a pezzi gli uomini, che si era introdotta nel suo studio e gli aveva scaricato una pistola addosso.

Si era salvato, ma nei due mesi d’ospedale aveva visto e rivisto la sua vita come in una ripetizione dei suoi quadri.

Ne aveva fatte di cose in quegli anni. Forse troppe se faceva un bilancio attento attraverso la collezione di fatture, biglietti aerei, cartoline, piantine di città, foto di gente che aveva alimentato la fama della sia Factory.

Già, la Factory. Un’ idea che gli era venuta dal suo essere soprattutto un pubblicitario, un creativo, un solitario creativo. Aveva accettato tutti in quella che poteva sembrare una multinazionale: barboni e aristocratici, puttane e travestiti, artisti e criminali.

La Factory fu la sua trovata più geniale. Più dei barattoli di Campbells o dei Martison Coffee o delle bottiglie di Coca cola. Di quelli la gente, dopo la prima sorpresa, non si sarebbe più stupita, ma della Factory, sì. Ognuno si era ritrovato, là dentro, ognuno aveva soddisfatto i suoi segreti desideri, abbandonandosi senza inibizioni a quell’ambiente accogliente e provocatorio.

Andy, mecenate e sfruttatore, regnava su tutti esibendo la sua omosessualità e le sue depravazioni, esponendosi come un prodotto da grande magazzino, più per alimentare continuamente il suo mito che per un autentico bisogno di mostrarsi.

Lui era rimasto solo, dentro, lui era rimasto quello che si accontentava delle cicche alla fragola. Il senso della Morte se lo portava addosso. Cos’era la sua pittura se non la rappresentazione del dissolvimento, di ciò che c’è e che scompare grazie al consumo, all’uso sconsiderato delle immagini e delle cose?

«Mi resi conto che qualsiasi cosa stavo facendo doveva essere Morte.»

Ecco, lui era spinto da uno sfrenato bisogno di vedere gli altri umiliarsi e piegarsi e rivelarsi di fronte al ragazzino che aveva passato ore nelle stanzette squallide o nei corridoi deserti di un grande magazzino sporco.

A cinquantotto anni Andy era non molto alto, magro, gli occhi lunghi, seri dietro occhiali tondi e grandi. Il viso flaccido segnato da rughe cadenti ai lati della bocca. I capelli bianchi, pettinati come a otto anni, separati da un lato, a volte coperti da un parrucchino bianco, un po’ eccentrico e un po’ ridicolo.

Era famoso nel mondo. Uno dei geni artistici riconosciuti del ‘900. Ai suoi barattoli, le sue Marilyn, i suoi Mao Zedong, i suoi Elvys, i suoi fiori che facevano parte dei musei più importanti e delle collezioni più esclusive, si permise di aggiungere L’Ultima Cena dall’affresco di Leonardo.

Alla raccolta di scontrini e cartoline e biglietti aerei si erano aggiunti oggetti di tutti i tipi messi insieme, spudoratamente, nelle sale della Factory e nella sua stessa casa.

In un momento di presaga solitudine, Andy si fece fotografare truccato con i colori che usava sua madre: gli occhi ingranditi dagli ombretti, le sopracciglia marcate, il fard pesante, la bocca segnata da un rossetto scuro, i capelli nascosti da una parrucca biondo-mesciato.

Sotto quella foto, ingrandita a dismisura, incorniciata e issata su una delle pareti della sua camera da letto, lo trovarono morto il 22 febbraio 1987.

Triste, grottesco, tragico.

* Andy Warhol - 1928-1987

Milano, 30 luglio 2006

mercoledì 24 gennaio 2007

Guarigione dell'anima, accoglienza del cuore

Collaboro alla redazione del giornale Ascoltami. questo è un pezzo che verrà pubblicato nel prossimo numero


La voce dei familiari – n.18 La guarigione: l’accoglienza -

Guarigione dell’anima, accoglienza del cuore

«Non è stata violentata. Questa è stata la sua fortuna.»

Con tono calmo, semplice, Peter dice questa frase che, per noi donne contiene spavento e angoscia. È il tono, però, di chi ha ormai oggettivato una storia drammatica, e l’ha metabolizzata tanto da raccontarla a un altro come se raccontasse la trama di un romanzo.

L’ “altro”, in questo caso, sono io seduta accanto a questo bianco americano di quarant’anni, in un aereo che da Francoforte ci trasporta a Portland in Oregon. Peter è un ingegnere agronomo. Torna a casa, dopo due settimane, da sua moglie Beatrice, e dalla loro bambina, Alicia.

Come succede spesso in un lungo viaggio, abbiamo cominciato a chiacchierare per banalità. Lui, forse incoraggiato dai miei capelli bianchi, si è raccontato, dapprima in modo superficiale, poi su cose personali, e alla fine si è abbandonato a quella confidenza che interviene tra sconosciuti perché pensare di non rivedersi mai più rassicura e si può dare sfogo, ad alta voce, ai propri pensieri.

«Forse avrà seguito le vicende del Ruanda» mi dice Peter dopo un lungo silenzio.

«Sì, certo» gli rispondo sicura «ho visto un bello spettacolo teatrale.»

«Saprà del genocidio del 1994, della ferocia con cui le comunità etniche si sono affrontate. Mia moglie è ruandese. Ha vissuto in quell’inferno e si è salvata per miracolo.»

Avevamo già detto tutto su Portland, la piacevolezza di viverci, la serenità della sua famiglia, la gioia di aver una bambina quando non ci contava più.

Di fronte a quella confidenza realizzo la mia grossolana ignoranza e mi sento in colpa guardando quell’uomo piacevole, dal viso aperto, quasi familiare tanto è tipicamente americano.

Lascio perdere la sonnolenza che mi dà la xamamina, lascio andare le considerazioni superficiali che si fanno in situazioni del genere, e capisco di trovarmi di fronte a un uomo di qualità. Devo dargli molta attenzione se non voglio offenderlo.

«Mi dispiace. Una esperienza dolorosa.» Dico con molta partecipazione. «Come vi siete conosciuti?»

«Io lavoravo da un anno in Ruanda e lei lavorava per una società olandese con cui avevo contatti di lavoro. Un incontro solo amichevole. Quando sono partito le ho scritto fino a quando ho saputo che lavorava in Olanda. Mi ha stupito che avesse abbandonato Paese e famiglia, ma ho pensato a una opportunità di lavoro.

Non sapevo, invece, che fosse stata costretta a scappare e che la società per la quale lavorava l’avesse aiutata a mettersi in salvo. Non sapevo che fosse stata picchiata, torturata, braccata. Non sapevo che l’avessero portata via alla famiglia per ucciderla. Non sapevo nulla, pur conoscendo bene le tensioni del Paese. Beatrice, allora, aveva venticinque anni ed era molto bella.

Desiderando fortemente rivederla, l’ho raggiunta in Olanda: una donna trasformata dalla paura, dall’angoscia, dallo sradicamento.

Ho capito, guardandola, cosa possa essere la sofferenza portata all’estremo limite. Le atrocità vissute, dette con pudore e abbandono insieme, mi hanno rivelato il suo animo, la sua sensibilità. Sapevo già di essermi innamorato di lei, fin dal Ruanda, ma in quel momento l’ho amata con un trasporto che non avrei immaginato. Le ho chiesto di sposarmi e di venire in America con me. Quattro anni fa è nata Alicia.»

Ero così commossa da questa storia da desiderare di conoscere Beatrice. Forse non faceva parte del rituale delle conoscenze occasionali e forse, di fronte a questa richiesta, Peter poteva sentirsi a disagio. Ma lui, leggendomi nel cuore, mi ha detto: «Beatrice e Alicia mi aspettano in aeroporto. Le fa piacere conoscerle?»

Gli ho risposto di sì con la testa mormorando: «Grazie».

Una volta atterrati e sbrigate le pratiche di controllo ci siamo avviati insieme all’uscita.

Quando ho visto una donna di colore, alta, dai lineamenti delicati, elegante nel vestito etnico, con in braccio una piccolina dai capelli neri e ricci, ho riconosciuto Beatrice e Alicia.

Erano al sicuro, erano sane, erano serene.


Mi, 11.10.2006

domenica 21 gennaio 2007

Marai incontra Marai - commento

Màrai incontra Màrai

Dopo essere stata affascinata dalla lettura de Le Braci (1942), sto leggendo a ritroso gli altri libri di Sàndor Màrai pubblicati dall’editore Adelphi.

Questo ordine di lettura riporta alle radici dei personaggi e si presta a considerazioni di grande interesse. Oserei dire che permette di scoprire alcune delle ossessioni e forse le sofferenze dell’uomo Màrai.

L’Amore, con l’A maiuscola, sembra, a una prima lettura, il grande tema delle sue storie. Amore inteso come passione eterna, “pienezza della vita” tra uomo e donna; amore inteso come grande rapporto di amicizia e di lealtà fra uomini. E solo tra uomini: l’amicizia fra un uomo e una donna non è considerata. La donna è il mezzo d’amore.

In realtà l’amore è il pretesto per sollevare un velo sulle ambiguità, sulle rivalità, sugli odi, sulle passioni più segrete che abitano in ciascuno di noi e che ciascuno di noi esercita sotto l’egida dell’amore. Sono spietati i personaggi a cui Màrai affida questo compito, sono spesso laidi (il Casanova de La Recita di Bolzano e l’attore de I Ribelli), sì che il lettore riconosca il vero e il falso, l’innocente e il perverso, la vittima e il carnefice. Ma poi, quando tutto sembra comprensibile, si insinua un punto interrogativo: è veramente tutto così chiaro? E il lettore entra da protagonista a sciogliere l’enigma.

Per semplicità analizzo gli elementi che collegano le storie e le intrecciano in modo inconfondibile.

Le donne

Il rapporto di Marài con le donne, anzi con la Donna, deve essere stato molto sofferto se lo scrittore ha sentito il bisogno di farne un oggetto conteso. I due soli personaggi femminili che vivono un ruolo attivo, sono Eszter, ne L’ereditàEszter (1939), e Francesca, ne La recita di Bolzano (1940).

La prima, Eszetr, è una donna passiva, rassegnata: un amore vissuto vent’anni prima le ha lasciato ferite inguaribili. Vittima ancora del suo dominio non riesce a liberarsi dalle prepotenze dell’uomo che l’ha illusa: “gli amori infelici non finiscono mai.”

La seconda, Francesca, pur amando ancora un Casanova invecchiato, pingue e povero, senza più alcuna attrattiva, sente la debolezza di un grande ricordo d’amore, ma sente anche la forza che le viene dalla coscienza di un tempo ormai passato.

Francesca è lucida e questa lucidità le permette di controllare le passioni. E pur confessando - a un Casanova vendutosi vigliaccamente al conte, marito di lei - un amore che non si esaurirà mai, lo abbandona lasciandolo nello squallore della sua realtà, nel freddo di una stanza in cui il fuoco si è spento da tempo. “Per indicarci che un giorno tutte le passioni diverranno cenere.”

E’ l’unica donna, raccontata da Màrai, che per una lunga notte parla e domina, con le sue argomentazioni appassionate sull’amore, la bellezza, la vita, la morte, il destino, un uomo che non osa rispondere perché ha siglato un patto di tradimento: “Non è servito a nulla che io ti abbia offerto la voluttà e la pace, la purezza e la rigenerazione?” Ma lui tace.

Le altre donne, pur protagoniste assolute delle vicende narrate, non vivono nel romanzo se non come fantasmi evocati dagli uomini che le hanno amate e che continuano a consumare la loro esistenza nel ricordo di quell’amore perduto.

Krisztina è la donna amata ne Le Braci. Nobile, misteriosa e traditrice, emerge e se ne parla quando, morta da anni, i due uomini che l’hanno posseduta si rincontrano ormai vecchi ma ancora bisognosi di chiarire quel tradimento. Il loro incontro, in un colloquio, che occupa praticamente tutto il libro, mette a nudo quanto quel tradimento sia rimasto una profonda ferita per il marito, il generale, e quanto invece sia stato per Konrad, l’amico esclusivo fin dai tempi del collegio, un modo per azzerare le differenze sociali (che inconsciamente si è portato addosso con grande fatica), e di rivalersi di quell’amicizia così profonda e generosa che non ha mai potuto ricambiare alla pari. Le sue condizioni sociali ed economiche non glielo hanno permesso e quel peso non lo ha mai abbandonato. Tradire l’amico, facendosi amare dalla moglie, è l’atto spregevole ma liberatorio che permette a Konrad di fuggire per ricostruire la sua vita lontano, libero dai confronti, libero dai rimorsi.

Un’altra donna, Anna, nel Divorzio a Buda, (1935) vive da morta nella lunga requisitoria con cui Imre, un medico di mezza età, inchioda per tutta una notte Kristof, il giudice. Quel giudice che il giorno dopo avrebbe dovuto pronunciare il loro divorzio. Ma Imre non può rompere il suo rapporto con Anna se non attraverso la morte. E infatti la provoca e va a confessarlo a Kristof ricostruendo, come in un sogno, una ipotetica attrazione che lo stesso Kristof avrebbe nutrito per Anna tanti anni prima facendo di Anna, a sua insaputa, una donna contesa.

Il personaggio di Kristof potrebbe essere il generale de “Le Braci da giovane: nobile, perfetto, con la responsabilità di grandi tradizioni; come il personaggio di Imre potrebbe essere un precursore di Konrad: origini molto modeste vissute, come una sorta di frustrazione, nei confronti del ceto nobile, mentre Anna anticipa Krisztina, immensamente amata e perduta. Divorzio a Buda sembra il canovaccio, poi maturato e perfezionato, del capolavoro: Le Braci.

Le differenze sociali

Oltre che ne Le Braci, sfumato dall’amicizia apparente e da sentimenti mai espressi e mai affrontati lealmente, e nel Divorzio a Buda, quello della differenza di casta è un altro tema che Màrai tiene a mettere in evidenza nei suoi libri.

Emerge molto bene ne I Ribelli (1930).

Un gruppo di giovani, accomunati dall’appartenenza alla stessa scuola, dall’idea di rifiutare la realtà che vivono in una piccola cittadina - sconvolta dalla prima guerra mondiale – decidono di formare una “banda” per agire e comportarsi fuori dalle norme imposte dalla loro educazione e dal loro ambiente. Tutti si sentono affratellati da questa condivisione segreta, non avvertono alcuna differenza tra loro. Da Abel, figlio del medico facoltoso, che sente ”gli effluvi acri e penetranti dell’etere e della tintura di iodio che filtravano dall’armadietto dei medicinali”, a Bèla, figlio del salumiere, “intorno quale fluttuava un aroma di spezie orientali, di aringhe, e di frutta fresca”, a Erno, figlio del calzolaio, “che odorava di colla e di pellame al grezzo,” a Tibor, figlio di un colonnello in guerra, con una madre molto malata, nella cui casa “regnava un odore di povertà e di malattia intriso di lavanda.”

“I mestieri dei padri impregnano le loro abitazioni di odori inconfondibili.” Dice Marài all’inizio del romanzo per avvertire il lettore che le differenze tra la “banda” ci sono e gli odori ne sono una inconfutabile traccia.

Complici nella guerra – parallela a quella dei loro padri - che combattono contro la società; compatti nei giochi che inventano e sviluppano, finiscono col non vedere più, nella loro innocenza, il confine tra la realtà e il gioco. Non ne conoscono i rischi e vanno verso una tragedia imprevista quando scoprono che Erno, il figlio del calzolaio, li ha traditi denunciando i loro giochi segreti. E qui esplode, in tutto il suo tragico livore, il conflitto di classe, mai sopito e mai sopportato. Erno risponde alle accuse dei compagni: “Le migliaia di volte, ogni santo giorno, che mi avete preso a calci in un modo o nell’altro? No, non era colpa vostra. Non è mai colpa di nessuno. Voi eravate il tatto e la bontà in persona. Io odiavo il tuo tatto. Detestavo la tua bontà. Ti odiavo quando maneggiavi il coltello o la forchetta. Quando salutavi qualcuno. Quando sorridevi. Quando ringraziavi per qualcosa, per un oggetto o per un’informazione…Odiavo i tuoi gesti, il tuo sguardo, il modo in cui ti alzavi e ti sedevi. Non è vero che queste cose si possono imparare. Ho capito che non c’è denaro, potere, forza, conoscenza che possa compensare tutto ciò. Che potrò campare cent’anni e diventare milionario, e quando voi marcirete già da tempo nella cripta – perché voi altri anche da morti ve ne starete in un palazzo tutto vostro, non come noi cani, che ce ne stiamo in cantina già da vivi -,anche allora mi sentirò infelice perché mi verrà in mente il modo in cui Tibor sapeva chiedere scusa a un passante, che aveva involontariamente urtato, con un gesto della mano e un sorriso…Io non so come ci si possa purificare, ma mi sento più pulito al solo pensiero di voi tutti immersi nel fango fino al collo. E alla fine voi creperete.”

L’odio covato e finalmente confessato, provoca il suicidio di Erno che non riesce a sopravvivere ai suoi stessi sentimenti.

La rappresentazione

La recita, la maschera, sono un altro dei temi amati da Màrai, anzi, come accennato prima, forse il tema più amato. Trattato nel modo psicologicamente più profondo si può dire che è presente, in un modo o in un altro, in ognuno dei suoi libri. Ogni personaggio sembra abbia una maschera, ogni personaggio sembra appartenere a una sceneggiatura precisa e sofisticata.

Naturalmente ne La recita di Bolzano diventa fondamentale nell’incontro fra Casanova e Francesca. Per tutta una notte si confrontano, si confessano, parlano di amore assoluto, vestiti in maschera e con il volto coperto: lei in abiti maschili e lui in abiti femminili. I ruoli scambiati, realtà e finzione, travestimento dei destini.

Màrai fa dire a Francesca: “E sei fuggito invano, perché adesso siamo di nuovo qui, l’uno di fronte all’altro, e aspettiamo il momento in cui potremo toglierci la maschera, amore mio: ci sono ancora tante, tante maschere tra noi, e dovremo togliercele una dopo l’altra prima di vederci finalmente a viso scoperto. Non avere fretta, non ti agitare, non allungare la mano verso la maschera, non gettarla ancora! Non è un caso che oggi, dopo tanto tempo, ci ritroviamo con la maschera sul volto, quando ciascuno di noi si è liberato dalla sua prigione e siamo qui, l’uno di fronte all’altro; non affrettarti a gettare la maschera, perché sotto ne troveresti un’altra, fatta di ossa, di carne e di pelle, che tuttavia è una maschera proprio come quella di seta. Dovremo gettare molte altre maschere prima che io possa vedere e conoscere il tuo volto. Ma so che da qualche parte, lontano, molto lontano, esiste anche un tuo volto diverso, ed è quello che un giorno devo vedere; perché ti amo.”

E tutto ciò che si dichiarano a cosa appartiene? Alla recita o alla vita? Al fascino della finzione o alla sofferenza della realtà e dell’abbandono?

Màrai lascia al lettore tutte le riflessioni sulla verità.

Ne I Ribelli diventa fatale l’incontro tra la “banda” e un ambiguo attore fallito che li affascina con le sue trasformazioni, conquista la loro fiducia, entra nei loro giochi fornendo costumi di scena, li fa credere liberi “dai tentacoli di quella disciplina che li aveva oppressi nella loro infanzia.” Si serve della loro ingenuità e della loro paura per i suoi loschi affari. “Ma l’attore aveva delle capacità di cui nessun altro era dotato.”…”Riusciva a parlare con loro come nessun adulto era mai stato capace di fare.”… “L’attore recitava, spinto dalla stessa necessità che costringeva anche loro a recitare, deformando la realtà dietro le smorfie dolorose di un personaggio, di una maschera. Per lui interpretare una parte era un’esigenza, così come per essi era una legge. Può darsi che l’attore sperimentasse i movimenti più autentici della sua vita solo mentre stava in scena; così come i ragazzi avevano la sensazione che la loro vita dietro lo schermo del reale fosse più autentica di ogni realtà."

Ed è lui, l’attore, il personaggio in maschera, che li porta cinicamente alla tragedia.

Ne Le confessioni di un borghese (1934), autobiografia dello scrittore, si ritrovano le radici dei suoi romanzi. E’ il libro chiave per capire l’opera di Màrai.

Si capiscono i passaggi importanti della sua vita, e, come nei suoi libri, le donne lo accompagnano ma non si vedono. Non si sa molto di loro, neppure se lui le ama: un velo di pudore le protegge dalla curiosità del lettore.

Indimenticabili le pagine dedicate alla Berlino e alla Parigi del tempo. Splendide città viste e vissute da un giovane giornalista straniero in cerca di affermazione.

Ultimo libro pubblicato Terra,terra (1969), completa l’autobiografia raccontando non più le ambiziose peregrinazioni di un giovane borghese ma le sofferenze di un borghese durante l’occupazione di Budapest da parte dei nazisti, prima, dei comunisti, poi. Nelle pagine che parlano dell’umiliazione della città amata, si sente il borghese ferito nel suo orgoglio che, in fondo, non si domanda cosa viva chi non appartiene al suo ceto sociale, ma soffre per ciò di cui lui, il borghese, l’intellettuale, viene privato. “La crudeltà burocratica, meccanizzata e impersonale è umiliante per l’uomo, mentre quella individuale si accontenta di causare tormenti.E adesso, ancora in uniforme, la crudeltà era ricomparsa a Budapest.”

L’interesse di questo libro, appassionato e dolente, è, inoltre, di farci sentire Màrai non più come un grande scrittore appartenuto alla Mittleuropa, ma uno scrittore vicino, contemporaneo, appartenuto alla nostra storia.

Sì, Sàndor Màrai nei suoi romanzi ci fa riflettere sull’amore, ma ci propone una riflessione ancora più profonda sulla verità e la finzione che appartengono, nello stesso modo, alla nostra vita.

3 settembre 2002

La donna giusta - commento

La Donna Giusta di Sándor Márai

Tre punti di vista, tre verità, tre personaggi che si abbandonano alla confidenza in tre lunghi monologhi.

Esiste la “persona giusta” per ciascuno di noi? Sembra questa la tesi del romanzo. Márai pensa che no, non esiste. In ciascuna delle persone che incontriamo e con le quali si sviluppa un rapporto d’amore c’è qualcosa d’importante per noi.

È una tesi affascinante (che condivido in pieno), che ci permette di vivere non in attesa di un solo incontro, quello fatale, ma prendendo, nell’intensità di ciascun incontro, ciò di cui abbiamo bisogno, in quel momento, per la nostra vita.

La Donna Giusta è il primo romanzo di Márai, tra quelli pubblicati finora da Adelphi, che affronta palesemente il conflitto di classe, il rapporto tra uomo e donna sul piano sentimentale, intellettuale e fisico. Scritto in tre fasi, 1941, 1949 e 1980, è, a mio avviso, il romanzo summa del pensiero di Márai. Mai, come in questo romanzo, lo scrittore si scopre e si abbandona al lettore. Anche lui, in un lungo monologo.

Due donne e un uomo. Non il solito triangolo che nasce dal tradimento, ma un triangolo che nasce da una diversa condizione sociale.

La prima donna, moglie raffinata e devota ama sublimando i sentimenti;

la seconda donna, la proletaria, serva di una casa borghese;

l’uomo, irrimediabilmente borghese, colui che rappresenta la sua classe sociale.

I tre si affrontano, si studiano, si controllano, si analizzano secondo le loro capacità di analisi e di reazioni.

Sullo sfondo delle vicende politiche dell’Ungheria del ’47 e del ‘56, Márai ci racconta di Peter, l’uomo borghese, l’intellettuale borghese che, intuendo il fallimento e il crollo del mondo a cui appartiene da generazioni, tenta di salvarsi, attraverso un amore proletario. Il proletario non ha bisogno delle giustificazioni e delle sofisticazioni dell’amore borghese, pensa Peter, il proletario appartiene alla Natura, nella semplicità e nella forza, forza che Peter sente liberatoria per sé e per le sue sovrastrutture.

Peter ignora che il proletario vuole solo diventare un borghese, mascherarsi da borghese, vivere come un borghese, depredare il borghese. È quella la sua aspirazione, da sempre. Ed è ciò che fa Judith, la serva. Peter la vede come occasione per uscire dall’ordine e dalla solitudine in cui si sente confinato. Judith vuole entrare in quel mondo per ripagarsi delle umiliazioni, per dimenticare la fossa con i topi nella quale ha vissuto da piccola. Ciascuno dei due segue un suo disegno. Ciascuno dei due fallisce in quel disegno.

Solo Lazar, l’intellettuale disincantato, ha coscienza che quella è la definitiva fine di un’epoca. E capisce quanto Judith abbia fatto parte di un gioco perverso, quanto sia stata usata per servire ancora una volta il borghese nell’illusione di averne occupato il posto, di aver vinto mentre, in definitiva, è ancora lei la vittima che si ritrova senza alcuna identità.

Márai ci dà pagine indimenticabili: da grande maestro della scrittura, della conoscenza dei sentimenti e dei grovigli nei quali i sentimenti sono costretti a muoversi.

Credo che ciascuno possa ritrovare un pezzo di ciò che ha vissuto in amore: meccanismi, trappole, finzioni, abbandoni.

La condizione borghese, grande tema dello scrittore, è raccontata come una gabbia dalla quale è impossibile uscire. E’ talmente infarcita di egoismo e di ripiegamento sui propri sentimenti da rendere impossibile l’affacciarsi sui sentimenti altrui.

L’analisi che Márai ne fa non può che essere di un borghese (quale lui era) che si dibatte in quella condizione e che la vive come fosse nella “città proibita” degli imperatori cinesi. Al di qua del muro si ignora l’umanità che vive al di là.

La differenza di classe, che negli altri romanzi fa da sfondo, in questo è il perno del libro e “l’altra” classe sociale viene presa in considerazione solo come possibilità di salvezza. Quindi, ancora una volta, sfruttata da chi ha il privilegio del potere economico e intellettuale.

Certi commenti sulla società nella quale il protagonista vive, sono di una grandissima attualità.

Solo nel 1980 Márai aggiunse al libro la quarta voce.

È il suo sfogo sul comunismo, sulla società consumistica che sostituisce quella borghese, sulla trasformazione di un mondo che non ritroverà più. È il grido dell’intellettuale di fronte all’ignoranza dilagante.

«Perché questa specie di Petõfi dei miei stivali le ha detto che al mondo c’è una cosa che è centomila volte meglio del mangiare e del bere. Che cos’è? Ma è la cultura! E le aveva anche detto che la cultura è un riflesso condizionato.»

Non è certo un caso che il libro finisca ambientato in America.

Non è certo un caso che, proprio in America, dove era andato in esilio, Márai si sia suicidato.

Luglio 2006

La Sorella

La sorella è il romanzo scritto nel 1946 da Sándor Márai dopo Le Braci e prima dell’esilio in America.

Il tema è insolito rispetto a ciò che abbiamo letto finora nei romanzi di Márai: l’uomo di fronte a una grave malattia e la riflessione conseguente: qual è il senso della malattia?

Non viene mai pronunciato il nome della malattia come non viene mai pronunciato il nome del malato: sono universali, ci vuol dire lo scrittore.

Lo sfondo storico del romanzo è il periodo che precede la seconda guerra mondiale: una tragedia annunciata ma non ancora esplosa. Il viaggio che il protagonista, Z, affronta in treno, si svolge ancora in un’ apparente sensazione di benessere e di privilegio. Z è un celebre pianista e va a Firenze per un concerto.

Non è certo un caso la scelta della città simbolo della bellezza contrapposta all’immagine della distruzione che si profila all’orizzonte.

Quella sera d’autunno, quindi, Z suonerà a Palazzo Pitti, pronto a donare bellezza in quella “celebrazione” che è il concerto.

Ma dopo il concerto Z sta male.

E qui Márai entra nel racconto della malattia. Ne conosce i percorsi, sembra, le crudeltà, le angosce. Il dolore che prende al mattino si trasforma durante il giorno (con la luce che incoraggia a lottare e diventa subdolo la notte, col buio e il silenzio.

«Così anche il dolore si acquatta, perché il malato raccoglie tutte le sue forze e urla contro il carnefice che ne ha abbastanza, che deve smetterla…Ora bussa da questa parte, ora abbassa una maniglia un po’ più in là. Gli interessa tutto, gli occhi, le orecchie, lo stomaco, la regione cardiaca .Alla fine si annoia e per un po’ scompare. Come se fosse andato via. Dove si nasconde in questi momenti?…».

Sono entrata in questo libro con amore, con sofferenza, con i ricordi.

Come non amare pagine tanto intense e drammatiche su una condizione che ho conosciuto bene?

La malattia di Sylvie, l’Aids. La prima che mi ha messo a confronto con un male senza rimedio. La malattia di Carlo, l’Alzheimer. Per quattordici anni mi ha tenuta legata facendosi accettare come “normalità”, come “ordine”, nel ripetersi dei gesti, delle cure, dell’assistenza. Infine la mia malattia, il tumore, esploso come un tuono quando l’ “ordine” ormai si era stabilito con le altre malattie.

«La malattia non è altro che un’offesa all’ordine cosmico» dice un medico a Z «La malattia è una condanna» perché Dio si è allontanato dall’uomo.

È questa la tesi che sentii sostenere dal primario della clinica tedesca nella quale mi ero rifugiata per riprendermi dalle cure devastanti. Mi ribellai. Non potevo accettare “anche” quella condanna.

Cosa voleva ancora la vita da me? Solo molto tardi mi aveva dato la serenità e si era affrettata a togliermela attraverso la malattia di mio marito. Mi aveva dato la “mia” malattia e voleva che accettassi “anche” la condanna?

E non poteva, invece, la malattia, essere un grido di dolore per dire al mondo «Basta, non posso più sopportare, la misura è colma?»

Márai pensa la malattia come un «aguzzino cinese.» E perché non comunista? Gli chiederei io. Ma il cinese lontano è più misterioso, più crudele per un borghese come Màrai.

Z rimane in una stanza d’ospedale molto confortevole ma che non gli permette di guardare fuori: c’è un muro di cinta. L’arte di Firenze, pur così vicina, non può soccorrerlo neppure facendosi spiare.

No, la malattia è gabbia, solitudine, è la fine della “menzogna”, la fine di quella “rappresentazione” che è la vita. Giù l’abito di scena. C’è solo la verità.

«Il pudore può esistere soltanto dove ci sono desiderio e senso di colpa» e la malattia soffoca sia l’uno che l’altro.

«È possibile una situazione più confidenziale, più assoluta, più sincera di quella di un corpo davanti a quelle quattro donne, nel suo stare tra la vita e la morte

Z è assistito da quattro suore, le Sorelle appunto.

«L’intimità che si crea fra il corpo del malato grave e chi se ne prende cura…».

«Ma il corpo malato non ha segreti…».

Come non ripensare al mio essere “Sorella” accanto a Carlo? Al suo corpo, che tanto avevo amato nell’amore, abbandonato al bisogno di essere curato e assistito? Quante volte, quando lo sollevavo dai cuscini, l’ho pensato come il Cristo nelle braccia di sua Madre. Quante volte, la pietà per quel corpo mi ha spinta a baciarlo, accarezzarlo, stringerlo e profumarlo.

Conosco l’essere Sorella, conosco quel sondino di gomma infilato impietosamente nel naso per obbligare quel corpo a nutrirsi, a vivere. Conosco il colore di quel liquido denso color cannella che doveva obbligare quel corpo a non arrendersi.

Márai mi ha riportato a tutto questo con la forza della sua straordinaria capacità narrativa.

Poi, questa narrazione sulla malattia ritorna a un tema molto caro allo scrittore, l”amore”. E ci ritorna facendo della malattia la metafora dell’incapacità di reggere a un amore difficile, senza speranza, che avvelena chi lo vive.

Liberarsi di quella malattia d’amore vuol dire guarire?

«E quella lotta, o marcia, non era la malattia ma la vita intera.» Questo pensa Z quando è sicuro di voler morire.

Ma c’è una voce femminile, una delle sorelle (ma quale delle quattro?), che gli dice: «Non voglio che lei muoia». E lui pensa che sia una energia femminile che sta lottando per lui. E non può resisterle. È più forte del suo desiderio di morire, quell’energia.

È stata la mia energia a tenere Carlo in vita per tanti anni, a non permettergli di arrendersi alla devastazione? Non lo so. Certo è che anch’io gli dicevo:«Non voglio che tu muoia». E lui non è morto fino al momento in cui ho capito che non potevo più chiedergli tanto dolore e tanto eroismo.

«Perché vivere è una grande responsabilità. Ma ci pensi: vivere tra la gente!…Sono molti quelli che non ce la fanno. Quanti interessi! La noia, la vanità, l’ambizione, i sensi, e dietro ogni cosa si nasconde la morte…Chi riesce a sopportare tutto questo rimanendo sano in ogni momento?»

Milano, 26 luglio 2006

venerdì 19 gennaio 2007

L'animale morente - Philip Roth

L’ animale morente – commento al romanzo di Philip Roth -

Un Philip Roth in grande forma.

Ironico, profondo, drammatico in questo breve romanzo che sbrigativamente si potrebbe definire far parte del filone erotico (Il Lamento di Portnoy). A me è sembrato, invece, un’appendice della ormai famosa trilogia, un tassello da aggiungere a quell’impeccabile affresco sull’America del dopoguerra (La Pastorale americana, Ho sposato un comunista, La macchia umana), che lo scrittore ci ha regalato negli ultimi anni.

Un uomo maturo si innamora, senza controllo, senza freni, di una donna molto giovane, molto bella, distaccata, intrigante.

Siamo negli anni sessanta. L’America vive l’esplosione della rivoluzione sessuale, il diffondersi di comportamenti per cui le ragazze “non avevano il terrore biologico dell’erezione, non temevano la trasformazione fallica dell’uomo”. E per David Kepesh (già protagonista del racconto visionario e comico, Il seno), tutto è facile. Esercita con grande naturalezza il suo fascino e il suo ascendente sulle allieve, le punta come un cane da caccia e le ghermisce senza lasciarsi sfuggire le occasioni che, peraltro, le ragazze gli offrono senza alcuna cautela, senza alcuna richiesta.

Man mano che si va avanti nella lettura, ci si accorge però che non è per raccontare questo che Roth fa parlare David di Consuela, del suo corpo perfetto e dei suoi seni, “i più belli che abbia mai visto”.

La trasformazione sociale, l’attrazione ossessiva per questa donna diventano lo spunto per profonde e dolorose riflessioni sulla vita che passa, sulla distanza incolmabile tra giovinezza e vecchiaia, “la ferita della vecchiaia”, sulla morte. Sì, per David, Consuela è un’idea fissa, un’idea di possesso, ma senza amore, né passione, né sentimenti. Parla di corpi, di contemplazione dei corpi, dei piaceri che la sola contemplazione può dare. E’ sui corpi che le trasformazioni del tempo si vedono, molto più che sui sentimenti. E parla dei seni di Consuela. I seni, simbolo del nutrimento, da cui il vecchio - e Roth sfida questa parola – si nutre usando il sesso come “vendetta sulla morte. Non dimenticarla, la morte. Non dimenticarla mai”.

Ma la relazione finisce per un banale pretesto, come è logico quando in campo non ci sono sentimenti. Passa del tempo. David ha settant’anni. E’ solo, la notte di fine millennio. Un messaggio sulla segreteria telefonica gli riporta, come da un’ epoca remota, la voce di Consuela che gli chiede di vederlo. David, vincendo deboli incertezze, la richiama e la rincontra. Lei è sempre bellissima, con uno strano cappello e un’aria più matura che la rende molto femminile. Si abbandona e gli confessa piangendo che ha un cancro al seno e che sarà operata, forse di una operazione radicale. I seni, i suoi magnifici seni. Chiede a David di fotografarglieli perché nessuno ha mai amato il suo corpo come lui. E lui si presta, vuole accontentarla in tutto. Ma sente di non desiderarla più.

Con un colpo di coda la vecchiaia si vendica sulla giovinezza. “Ora il suo senso del tempo è come il mio, incalzante e ancor più sconsolato del mio. Consuela in realtà, mi ha sorpassato. Perché io posso ancora dirmi non morirò tra cinque anni, forse non morirò tra dieci…potrei viverne ancora altri venti, mentre lei…”

David ha settant’anni, non può più prendere di quel nutrimento. I seni non gli servono più.

Il cancro, il grande giustiziere!

Leggo una lunga intervista a Philip Roth che sta per pubblicare un libro “sulla morte.” Lo scrittore dice di dover affrontare questo tema a cui non pensava da tempo.

Non sono d’accordo con Roth. Nell’Animale morente mi sembra che questo pensiero, insieme a quello della vecchiaia, sia molto presente, come è presente nella trilogia. Nella Macchia umana, le pagine che descrivono la morte di un amico morente cosa sono? E cosa sono i personaggi di Roth che si confrontano con la giovinezza, se non una malinconica, rassegnata riflessione sulla morte?

A me sembra che Roth si confronti continuamente con il pensiero della morte: fa da sottofondo anche quando scrive di altro.

Maria Grazia Mezzadri Cofano

Americaaaaaaa

Americaaaaaaaaa!

Baricco, Tornatore, Novecento, Il pianista sull’oceano. I grattacieli di Manhattan che si rispecchiano nell’occhio sinistro dell’emigrante italiano.

E’ tutto ció che mi é venuto in mente allontanandomi con il battello dalla riva per la gita di sera. Forse le luci di quei grattacieli si stavano riflettendo nel mio occhio sinistro, ho pensato. E la voce della guida mi è sembrata stridula e ammaestrata mano a mano che ci avvicinavamo a Staten Island e ci indicava l’isola in cui gli emigranti venivano tenuti in quarantena appena sbarcati: Ellis Island, e ci raccontava della Statua della Libertá. Come mi sembrano ammaestrate tutte le teorie che vogliono questo paese il piú libero e il piú democratico del mondo.

Tanto per porsi domande su avvenimenti noti al mondo intero: questo non é il Paese che non ha esitato a massacrare gli indiani per prenderne il territorio? Non é il Paese che ha tenuto i negri in schiavitú per secoli? Non é il Paese che ha fatto entrare milioni di emigranti poveri, affamati, con i loro stracci nelle valigie di cartone, solo perché aveva bisogno di quei poveri, di quegli affamati per continuare ad affermare la sua vocazione di schiavista?

Questo Paese si é mai domandato quali ansie, quali disagi, quali frustrazioni gli emigranti vivessero? E la nostalgia? E la malinconia?

Il Vietnam, il Cile, l’Argentina, le bombe scaricate sul Laos, l’Iraq, Guantanamo...

Americaaaaaaaaa!

Feci il mio primo viaggio in America nel 1966 e ancora tre nel giro di pochi mesi. Rimasi qualche tempo a New York, Washington e San Francisco. Ci andai per lavoro.

Incontrai tre realtá molto diverse tra loro. Mi colpirono le diversitá ma non riuscii, allora, ad approfondirle.

Ero Alice nel paese delle meraviglie. Tutto immenso, tutto straordinario, tutto sorprendente. Dal pomodoro al taxi, dal negozio di dischi all’ascensore. Avevo in testa le immagini dei film con Frank Sinatra, Doris Day, Greer Garson. Quello che vedevo corrispondeva. Abitai al Woldorf Astoria e al Park Hotel: moquettes turchesi e bagni con doppi lavandini. Colazione portata in camera con il carrello da un cameriere negro.

Un incanto per una che non si era mai spostata cosí tanto dall’Italia, che non aveva termini di paragone. Per una educata al risparmio, per una che di quell’opulenza non aveva idea e che, soprattutto, non aveva cultura per interpretarla.

Mi portarono ad Harlem in una macchina accuratamente chiusa, con i vetri affumicati, perché era a rischio, quella visita. E a San Francisco assistetti, invece, a un ricevimento di negri in abito da sera.

I negri, allora, venivano chiamati negri.

Sono tornata, solo a New York, quest’anno: 2005.

Non l’ho vista immensa come allora, niente mi ha piú veramente stupita se non l’esibizione della grandezza. Ho capito che era cambiato il mio modo di guardare questo Paese.

E’ ovvio, dopo quarant’ anni, mi sono detta. Ma ho sentito che non mi arrivavano le stesse emozioni che se fossi ritornata a Londra o Parigi, ad Amsterdam o Madrid. Dopo quarant’ anni avrei notato i cambiamenti dello sviluppo economico, dei costumi, del traffico, ma avrei sentito Van Gogh e Rembrandt, Velasquez e Goya, Turner e Manet ancora lá, intorno. Quelli erano stati i loro luoghi di vita e d’ispirazione.

E io sarei stata in Europa.

Qui invece ho avvertito una sorta di immobilitá, pur nei cambiamenti apparenti.

I negri, infatti, si chiamano afro-americani e nei telefilm impersonano magistrati e poliziotti incorruttibili. Oggi, li incontri per le strade del centro: pochi nella Fifth Avenue o nella Park, molti nella Broadwai dove i negozi sono popolari e i prezzi abbordabili. Ad Harlem, che si trasforma in quartiere residenziale per bianchi, i turisti passeggiano convinti di immaginare che razza di ghetto sia stato per tanti emarginati. Dove vadano a finire i negri, anzi, gli afro-americani che lo hanno abitato per anni, non se lo chiede nessuno.

Little Italy é patetica con i negozietti di salami e caciotte che devono corrispondere a uno stereotipo italiano: lo squallore e l’odore di rancido che avevano in Italia cinquanta, sessanta anni fa. Al confine incalza Cinatow che ormai occupa, con le sue cianfrusaglie, i bugigattoli che sono stati degli italiani.

No, a colpo d’occhio, questa cittá non é cambiata.

Gli emarginati continuano a essere sempre emarginati. E la forza, la supponenza, l’arroganza del padrone é sempre la stessa, sempre piú dichiarata, esibita.

I primati, ecco la storia americana. Le guide si compiacciono di dire “ïl piú grande, il piú importante, il piú alto del mondo”. E tutti credono di partecipare da protagonisti a questo “piú”.

Mi sono detta: cosa sarebbe l’America senza i primati?

New York é l’ostentazione, New York é la crudelta’, New York é il cinismo dell’ America. Come King Kong: grande, grosso, terrorizzante, ma che (e lo spero fortemente), non riuscirà a evitare il suo annientamento.

No, New York, non mi ha impressionata piú.

Nei suoi Musei, con le collezioni “piú” numerose del mondo, non si trovano che capolavori europei e cinesi e egizi. Tutto arriva da “ältrove”. La loro pittura, con molta buona volontá, comincia dalla fine dell’Ottocento. E quella del Novecento ha l’esigenza di denunciare la solitudine, la poverta’ umana, la frustrazione di chi vive questa realtá: Hopper, Worhol, Pollock...

Le grandi orchestre americane hanno una sola radice: famosi direttori europei, ingaggiati alla fine dell’Ottocento dai magnati in cerca di pubblicitá, o negli anni ’30 in fuga dal nazismo e dal fascismo. Come Malher, Furtvangler, Toscanini.

Cosa si impara in questo paese se non a sopravvivere sopraffacendo l’altro? La legge del piú forte, del piú grande, del piú alto.

L’Egitto, la Grecia, l’Italia avrebbero bisogno di avere il magazzino piú grande del mondo? Hanno le Piramidi, il Parthenone, il Colosseo che raccontano una storia di milioni di anni di cultura.

Quanti americani conoscono questa storia? Gli intellettuali, quelli che viaggiano. Ma quanti viaggiano in un paese cosí sterminato?

Credo che ci sia, nell’ americano medio, la convinzione che niente somigli a ció che lui vive. Non ha bisogno di paragonarsi. Appartiene ai “piú”.

Dove sono finiti quei bei ragazzoni alti, biondi, sani con i capelli a spazzola che tanto ci hanno fatto vedere nei film di guerra degli anni ‘60?

Oggi, forse appartengono tutti ai “piú” grassi. E’ impressionante il numero di obesi che si incontra. Giovani e anziani, uomini e donne e ragazzi.

Mi dicono che piú si scende nella scala sociale e piú sono grassi perché nutriti dai Mac Donald e dai tanti cibi confezionati che si comprano a basso costo negli immensi e innumerevoli supermercati.

Ma un paese dove si é “piú”, perché non si occupa di una piaga sociale cosí diffusa?

Certo, le mie sono considerazioni superficiali, a “botta calda”.

Certo, di un paese come questo si é sicuri d’aver captato atmosfere importanti dopo poche settimane; di doverle approfondire, dopo mesi; e di doverle studiare a fondo, dopo anni.

Mio figlio vive e lavora in Oregon, a Portland. Una cittá democratica, pacifista, ambientalista.

Passo dei periodi nella sua casa situata in un quartiere di una perfezione imbarazzante, quasi angosciosa.

Case unifamiliari in legno, stile Tudor, con giardini, fiori, prati curatissimi. Bandiere americane o bandiere, comunque, che danno il benvenuto ai passanti.

Alberi, procioni che abitano i giardini, scottaioli che attraversavano le strade e si arrampicavano su per i tronchi sgranocchiando qualcosa, porte senza allarmi, auto posteggiate davanti alle case. E strade deserte durante il giorno: puoi passeggiare per ore senza incontrare nessuno, nel silenzio piú completo. E se qualcuno lo incontri ti saluta, ti augura buona giornata. Magari sta portando a spasso il cane e ne raccoglie con cura la cacca, in possesso com’é di sacchetti distribuiti dal Comune.

Mi sono chiesta: chi c’é dentro queste case? Gente giovane, felice, sana che corrisponde alla perfezione di Truman Show? O ci sará un regista che questa perfezione la dirige?

Non lo so. E’ difficile immaginare anziani, malati o gente piena di odio e di frustrazioni.

Cosa apprezzo di quello che conosco dell’America?

La “civiltá del cesso”. Dovunque hai toilettes perfette. Persino con la crema per le mani e i tampax offerti in un grazioso cestino. Se non fossi in menopausa da anni, ne approfitterei volentieri.

E poi la super-organizzazione.

Se un sabato sera, alle 20,30 ti venisse voglia di ordinare una mutanda elastica nera, puoi telefonare alla casa che la distribuisce, chiedere di parlare nella lingua che preferisci, ordinare dando il numero della tua carta di credito e il lunedí la ricevi puntualmente a casa insieme al catalogo che ti presenta la collezione completa di mutande.

Tutto é fatto per vendere, per far comprare. In ogni negozio i commessi ti vengono incontro per chiederti se hai bisogno di informazioni, ti salutano augurandoti buona giornata, buon pomeriggio, buona serata. Le frasi sono programmate, senti che c’ é la preparazione. Ma sei sempre accolto e trattato con grande riguardo. Sei sacro perché puoi comprare e loro sono lí per incoraggiarti a farlo. Hanno studiato per questo.

A New York ho potuto cambiare tre volte una camicia passando da un negozio all’altro. E ho potuto comprare in super saldo pantaloni e golf. C’é sempre un reparto saldi, non una stagione per i saldi. E la gente compra quando é opportuno comprare. L’estate per l’ inverno e viceversa.

A settembre é giá tutto pronto per Natale e per l’anno prossimo. Agende e nastri e cartoncini.

E’ sufficiente per accettare e vivere un paese?

Ripenso a Novecento di Baricco e Tornatore. Ripenso alla nostra cultura e ai nostri squilibri. Alle nostre difficoltà e ai nostri sogni infranti. E mi convinco che anch’io, come Novecento, non avrei abbandonato la nave per andare verso strade senza fine.

Maria Grazia Mezzadri Cofano

Portland, 29 settembre 2005