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sabato 21 aprile 2007

Genitori e figli

Genitori e figli

Non spaventatevi, non voglio affrontare un trattato sul rapporto tra genitori e figli. Mille trattati, miliardi di trattati, scritti e approfonditi da mille, miliardi di super -esperti non esaurirebbero le sfaccettature di questo rapporto.

Genitori e figli: il rapporto più difficile del mondo. Il rapporto che più di altri, secondo me, è in balia dei tempi. Il rapporto che non può avere codici. Il rapporto a rischio errori più di qualunque altro. Il rapporto che può provocare danni incalcolabili.

Perché quei figli diventeranno adulti e saranno la società di domani.

Detto questo, che dovrebbe rassicurarvi sul mia incapacità di scrivere un trattato, affronto questo argomento dal mio punto di vista, dalla mia esperienza, e dall’attenzione che ho sempre avuto per i “figli”.

Intanto dichiaro che sono sempre dalla parte dei “figli”.

Io non penso affatto che i ragazzi abbiano la responsabilità dei loro comportamenti. Che hanno fatto gli adulti per educarli ad altro? E’ questo che mi sembra il perno della discussione.

Se ne fa un gran parlare, in questo momento.

A Torino un ragazzo viene sbeffeggiato dai compagni, filmato e fatto vedere al mondo, in Germania un ragazzo uccide in una scuola per diventare un eroe, in grandi e piccole città adolescenti violentano e intimoriscono le compagne di scuola, e poi quelli che uccidono madre e fratello, i bambini legati in un asilo, la preside che punisce due ragazzini che si baciano nell’intervallo e infine, sempre nella solita, squallidissima America, un ragazzo sudcoreana uccide trentatrè compagni e professori..

Insomma, episodi di diversa portata che però denunciano un disagio profondo, una confusione profondissima tra gli adulti.

La famiglia e la scuola, da luoghi di protezione, diventano luoghi di violenza.

E vediamo genitori e insegnanti non più uniti dallo spirito di collaborazione ma di contrapposizione perchè i genitori, per difendersi, difendono sconsideratamente i figli. E i ragazzi, cosa volete che facciano? Si sentono spalleggiati e il loro rapporto con gli adulti diventa di sfida: se hai paura di me io ti aggredisco, abbaio più forte.

Professori emeriti, a commento di uno degli atti di violenza consumato da adolescenti su altri adolescenti, invocano, in televisione, più tempo dei genitori, più ascolto, più disponibilità, più attenzione.

Ma come si può pensare di dare tempo, disponibilità, attenzione se non lo si è fatto per 13, 14, 15 anni? Improvvisamente, secondo l’emerito professore, una mattina i genitori dichiarano che vogliono dare più tempo, più disponibilità, più attenzione.

Pensate che i figli capirebbero?

L’ascolto, il tempo, l’attenzione sono comportamenti che i genitori dovrebbero dare dal momento della nascita dei figli. Solo così si potrebbe dire al figlio: sono disposto a darti “più”. Ma se quel “più” parte dal nulla che senso può avere?

Chi sono oggi questi genitori? Da dove arrivano e quali percorsi hanno compiuto? La figura paterna è sempre stata quella che spinge i figli verso una funzione di emancipazione. Il padre non ha generalmente funzione educativa. La madre invece ha la funzione di accoglimento e di soddisfazione del bisogno del figlio. Pensiamo all’allattamento al seno. Solo trenta anni fa se una donna non allattava sentiva la “colpa” di privare il figlio di un nutrimento indispensabile. Poi, grazie a molte teorie su comportamenti educativi moderni, si è passati alla moda del latte artificiale. Si è tolto al bambino, e anche alla madre, il momento di più intensa relazione tra loro: l’allattare è la dipendenza del bambino dalla madre e se lo si priva gli si procura un trauma.

Sembra che oggi, le madri quarantenni, abbiano scoperto l’allattamento al seno e non vogliano privarsi, loro (secondo me), di questa esperienza.

Comunque dalla suddivisione dei ruoli tra padre e madre è abbastanza facile analizzare la situazione che abbiamo sotto gli occhi.

I padri. A me non sembra che oggi il ruolo dei padri degli adolescenti sia quello di indirizzarli a emanciparsi. Sono quarantenni, nella maggior parte dei casi, scontenti della loro posizione nella società o impegnati a raggiungere il successo professionale nel quale si identificano. Spesso dipendenti dalle mogli, con i figli si impegnano il tempo di una partita di calcio in televisione o al massimo allo stadio. Pacche sulle spalle e parvenza di cameratismo. Ma dei turbamenti adolescenziali del figlio che ne sanno? Di quello che il figlio sta prendendo dalla società in cui vive, che ne sanno? E sanno dei suoi comportamenti a scuola, con i compagni, con gli amici? Delle sue difficoltà intime?

La madri. Cresciute dopo il femminismo, quando con i reggiseni le donne bruciarono molti sentimenti, molto di “quell’essere donna” che oggi si cerca di recuperare indossando un “intimo” pubblicizzato e costoso, sono aggressive e stanche.

Ma la donna sa dov’è? Secondo me, no. La donna oggi crede di aver conquistato un posto rilevante nella società. Nella società consumistica, però. Perché anche lei è un oggetto di consumo. E se un tempo si è battuta per non essere la donna-oggetto dell’uomo, oggi, abbiamo sotto gli occhi un modello di donna-oggetto di se stessa, tanto la donna è tesa a sfruttare la sua immagine, il suo corpo. Episodi di cronaca lo mettono in evidenza.

Almeno è ciò che si vede, che le adolescenti vedono. E’ vero, le donne sono dovunque: fanno i giudici e i poliziotti, i marinai e i presidenti del consiglio, i ginecologi. Le carriere sono aperte, hanno diritto alle quote rose.

.Ma la vera essenza della donna, quella che le ha dato il “vero”potere, il potere di educare, di formare generazioni, di “amministrare” la famiglia , quel potere chi lo esercita? Per correre dietro a un potere fittizio, a una parvenza di conquista, a una libertà effimera che l’ha messo su un piano ambiguo e pericoloso?

Sì, lo so che la maggior parte delle donne protesterà. Ma perché non facciamo una analisi onesta degli errori che sono sotto gli occhi di tutti attraverso i comportamenti degli adolescenti?

Gli uomini la odiano, la donna. L’hanno sempre temuta. Sanno bene che sarà sempre lei a dominarli.

Umberto Galimberti, in un bellissimo articolo sulle donne seviziatrice a Bagdad ha spiegato perché anche la donna può saper seviziare: perché nessuno conosce il corpo meglio di lei. Quel corpo che le permette di generare e di fare andare avanti il mondo. C’erano tribù (non so se l’usanza è ancora attuale), che tagliavano i seni alla donna per colpirla lì da dove arrivava il suo potere: la maternità, gli uomini che la violentano quando ormai la libertà sessuale è assoluta, il potere che cerca di controllarla stabilendo le quote rosa. Anche i convegni sulla donna, o le leggi che dovrebbero privilegiarla, non sono un modo di ghettizzarla? “Sei un’altra cosa, appartieni a un’altra sfera. E’ per questo che parliamo di te”.

Quando cominciai a lavorare, partecipando a riunioni in cui c’erano uomini e donne, mi accorsi dell’affanno delle donne di dover essere le più brave. Mi dissi: “Non voglio diventare come loro”. Non mi interessava sembrare la più brava, ritenevo più importante “esserlo” e basta.

Sono anni che dura la competizione. Sembra che l’unico scopo della vita di una donna sia mettere l’uomo in difficoltà per prevalere, per vincere.

Ma vincere cosa? Vi sembra che oggi la donna sia vincente?

Da donna-oggetto dell’uomo, che la donna ha combattuto giustamente a donna-oggetto per se stessa. Ormai la donna gestisce il proprio corpo, esponendolo senza nessuna eleganza e nessuna furberia, per trarne i benefici dell’arrivare a mete che, francamente, non le danno prestigio ma le procurano solo il disprezzo e il disinteresse sempre maggiore dell’uomo.

Perché tante donne sole? Perché il desiderio dell’uomo è diminuito vertiginosamente?

Non si fa che parlare, in tutte le riviste più diffuse, della diminuzione del desiderio sessuale. Grandi servizi con percentuali e confronti tra i paesi occidentali. Dell’Africa, e dei paese orientali, per fortuna non ne sappiamo ancora nulla.

Ma quando si parla tanto di un argomento non vuol dire che esiste un grande problema?

Vorrei chiudere commentando la più recente strage americana. Trasmissioni televisive la hanno vivisezionata. Si è detto che gli assassini in genere sono ragazzi frustrati, che scaricano sugli altri i propri fallimenti, che da 30 anni le stragi sono aumentate. Gli esperti si chiedono allora: è possibile che l’umanità sia diventata tanto più cattiva? C’è chi sostiene di sì, e chi sostiene di no. Nessuno però ha commentato una frase della lettera lasciata dal ragazzo: colpa dei ricchi (non la riporto esattamente). Questo denaro esibito sfrontatamente in ogni occasione, tra piccoli e grandi, non dice nulla agli esperti? E i famosi “valori” che sono stati sotterrati dalla divinizzazione del denaro, non suggerisce nulla? E i genitori, non si sentono neanche un po’ responsabile del tanto, del tutto, che viene concesso ai ragazzi perché è più sbrigativo dare che dedicare tempo e pazienza e affetto?

Finisco con questa riflessione. Non so a quanti servirà. Sarei felice se almeno una persona la cogliesse.

domenica 21 gennaio 2007

Marai incontra Marai - commento

Màrai incontra Màrai

Dopo essere stata affascinata dalla lettura de Le Braci (1942), sto leggendo a ritroso gli altri libri di Sàndor Màrai pubblicati dall’editore Adelphi.

Questo ordine di lettura riporta alle radici dei personaggi e si presta a considerazioni di grande interesse. Oserei dire che permette di scoprire alcune delle ossessioni e forse le sofferenze dell’uomo Màrai.

L’Amore, con l’A maiuscola, sembra, a una prima lettura, il grande tema delle sue storie. Amore inteso come passione eterna, “pienezza della vita” tra uomo e donna; amore inteso come grande rapporto di amicizia e di lealtà fra uomini. E solo tra uomini: l’amicizia fra un uomo e una donna non è considerata. La donna è il mezzo d’amore.

In realtà l’amore è il pretesto per sollevare un velo sulle ambiguità, sulle rivalità, sugli odi, sulle passioni più segrete che abitano in ciascuno di noi e che ciascuno di noi esercita sotto l’egida dell’amore. Sono spietati i personaggi a cui Màrai affida questo compito, sono spesso laidi (il Casanova de La Recita di Bolzano e l’attore de I Ribelli), sì che il lettore riconosca il vero e il falso, l’innocente e il perverso, la vittima e il carnefice. Ma poi, quando tutto sembra comprensibile, si insinua un punto interrogativo: è veramente tutto così chiaro? E il lettore entra da protagonista a sciogliere l’enigma.

Per semplicità analizzo gli elementi che collegano le storie e le intrecciano in modo inconfondibile.

Le donne

Il rapporto di Marài con le donne, anzi con la Donna, deve essere stato molto sofferto se lo scrittore ha sentito il bisogno di farne un oggetto conteso. I due soli personaggi femminili che vivono un ruolo attivo, sono Eszter, ne L’ereditàEszter (1939), e Francesca, ne La recita di Bolzano (1940).

La prima, Eszetr, è una donna passiva, rassegnata: un amore vissuto vent’anni prima le ha lasciato ferite inguaribili. Vittima ancora del suo dominio non riesce a liberarsi dalle prepotenze dell’uomo che l’ha illusa: “gli amori infelici non finiscono mai.”

La seconda, Francesca, pur amando ancora un Casanova invecchiato, pingue e povero, senza più alcuna attrattiva, sente la debolezza di un grande ricordo d’amore, ma sente anche la forza che le viene dalla coscienza di un tempo ormai passato.

Francesca è lucida e questa lucidità le permette di controllare le passioni. E pur confessando - a un Casanova vendutosi vigliaccamente al conte, marito di lei - un amore che non si esaurirà mai, lo abbandona lasciandolo nello squallore della sua realtà, nel freddo di una stanza in cui il fuoco si è spento da tempo. “Per indicarci che un giorno tutte le passioni diverranno cenere.”

E’ l’unica donna, raccontata da Màrai, che per una lunga notte parla e domina, con le sue argomentazioni appassionate sull’amore, la bellezza, la vita, la morte, il destino, un uomo che non osa rispondere perché ha siglato un patto di tradimento: “Non è servito a nulla che io ti abbia offerto la voluttà e la pace, la purezza e la rigenerazione?” Ma lui tace.

Le altre donne, pur protagoniste assolute delle vicende narrate, non vivono nel romanzo se non come fantasmi evocati dagli uomini che le hanno amate e che continuano a consumare la loro esistenza nel ricordo di quell’amore perduto.

Krisztina è la donna amata ne Le Braci. Nobile, misteriosa e traditrice, emerge e se ne parla quando, morta da anni, i due uomini che l’hanno posseduta si rincontrano ormai vecchi ma ancora bisognosi di chiarire quel tradimento. Il loro incontro, in un colloquio, che occupa praticamente tutto il libro, mette a nudo quanto quel tradimento sia rimasto una profonda ferita per il marito, il generale, e quanto invece sia stato per Konrad, l’amico esclusivo fin dai tempi del collegio, un modo per azzerare le differenze sociali (che inconsciamente si è portato addosso con grande fatica), e di rivalersi di quell’amicizia così profonda e generosa che non ha mai potuto ricambiare alla pari. Le sue condizioni sociali ed economiche non glielo hanno permesso e quel peso non lo ha mai abbandonato. Tradire l’amico, facendosi amare dalla moglie, è l’atto spregevole ma liberatorio che permette a Konrad di fuggire per ricostruire la sua vita lontano, libero dai confronti, libero dai rimorsi.

Un’altra donna, Anna, nel Divorzio a Buda, (1935) vive da morta nella lunga requisitoria con cui Imre, un medico di mezza età, inchioda per tutta una notte Kristof, il giudice. Quel giudice che il giorno dopo avrebbe dovuto pronunciare il loro divorzio. Ma Imre non può rompere il suo rapporto con Anna se non attraverso la morte. E infatti la provoca e va a confessarlo a Kristof ricostruendo, come in un sogno, una ipotetica attrazione che lo stesso Kristof avrebbe nutrito per Anna tanti anni prima facendo di Anna, a sua insaputa, una donna contesa.

Il personaggio di Kristof potrebbe essere il generale de “Le Braci da giovane: nobile, perfetto, con la responsabilità di grandi tradizioni; come il personaggio di Imre potrebbe essere un precursore di Konrad: origini molto modeste vissute, come una sorta di frustrazione, nei confronti del ceto nobile, mentre Anna anticipa Krisztina, immensamente amata e perduta. Divorzio a Buda sembra il canovaccio, poi maturato e perfezionato, del capolavoro: Le Braci.

Le differenze sociali

Oltre che ne Le Braci, sfumato dall’amicizia apparente e da sentimenti mai espressi e mai affrontati lealmente, e nel Divorzio a Buda, quello della differenza di casta è un altro tema che Màrai tiene a mettere in evidenza nei suoi libri.

Emerge molto bene ne I Ribelli (1930).

Un gruppo di giovani, accomunati dall’appartenenza alla stessa scuola, dall’idea di rifiutare la realtà che vivono in una piccola cittadina - sconvolta dalla prima guerra mondiale – decidono di formare una “banda” per agire e comportarsi fuori dalle norme imposte dalla loro educazione e dal loro ambiente. Tutti si sentono affratellati da questa condivisione segreta, non avvertono alcuna differenza tra loro. Da Abel, figlio del medico facoltoso, che sente ”gli effluvi acri e penetranti dell’etere e della tintura di iodio che filtravano dall’armadietto dei medicinali”, a Bèla, figlio del salumiere, “intorno quale fluttuava un aroma di spezie orientali, di aringhe, e di frutta fresca”, a Erno, figlio del calzolaio, “che odorava di colla e di pellame al grezzo,” a Tibor, figlio di un colonnello in guerra, con una madre molto malata, nella cui casa “regnava un odore di povertà e di malattia intriso di lavanda.”

“I mestieri dei padri impregnano le loro abitazioni di odori inconfondibili.” Dice Marài all’inizio del romanzo per avvertire il lettore che le differenze tra la “banda” ci sono e gli odori ne sono una inconfutabile traccia.

Complici nella guerra – parallela a quella dei loro padri - che combattono contro la società; compatti nei giochi che inventano e sviluppano, finiscono col non vedere più, nella loro innocenza, il confine tra la realtà e il gioco. Non ne conoscono i rischi e vanno verso una tragedia imprevista quando scoprono che Erno, il figlio del calzolaio, li ha traditi denunciando i loro giochi segreti. E qui esplode, in tutto il suo tragico livore, il conflitto di classe, mai sopito e mai sopportato. Erno risponde alle accuse dei compagni: “Le migliaia di volte, ogni santo giorno, che mi avete preso a calci in un modo o nell’altro? No, non era colpa vostra. Non è mai colpa di nessuno. Voi eravate il tatto e la bontà in persona. Io odiavo il tuo tatto. Detestavo la tua bontà. Ti odiavo quando maneggiavi il coltello o la forchetta. Quando salutavi qualcuno. Quando sorridevi. Quando ringraziavi per qualcosa, per un oggetto o per un’informazione…Odiavo i tuoi gesti, il tuo sguardo, il modo in cui ti alzavi e ti sedevi. Non è vero che queste cose si possono imparare. Ho capito che non c’è denaro, potere, forza, conoscenza che possa compensare tutto ciò. Che potrò campare cent’anni e diventare milionario, e quando voi marcirete già da tempo nella cripta – perché voi altri anche da morti ve ne starete in un palazzo tutto vostro, non come noi cani, che ce ne stiamo in cantina già da vivi -,anche allora mi sentirò infelice perché mi verrà in mente il modo in cui Tibor sapeva chiedere scusa a un passante, che aveva involontariamente urtato, con un gesto della mano e un sorriso…Io non so come ci si possa purificare, ma mi sento più pulito al solo pensiero di voi tutti immersi nel fango fino al collo. E alla fine voi creperete.”

L’odio covato e finalmente confessato, provoca il suicidio di Erno che non riesce a sopravvivere ai suoi stessi sentimenti.

La rappresentazione

La recita, la maschera, sono un altro dei temi amati da Màrai, anzi, come accennato prima, forse il tema più amato. Trattato nel modo psicologicamente più profondo si può dire che è presente, in un modo o in un altro, in ognuno dei suoi libri. Ogni personaggio sembra abbia una maschera, ogni personaggio sembra appartenere a una sceneggiatura precisa e sofisticata.

Naturalmente ne La recita di Bolzano diventa fondamentale nell’incontro fra Casanova e Francesca. Per tutta una notte si confrontano, si confessano, parlano di amore assoluto, vestiti in maschera e con il volto coperto: lei in abiti maschili e lui in abiti femminili. I ruoli scambiati, realtà e finzione, travestimento dei destini.

Màrai fa dire a Francesca: “E sei fuggito invano, perché adesso siamo di nuovo qui, l’uno di fronte all’altro, e aspettiamo il momento in cui potremo toglierci la maschera, amore mio: ci sono ancora tante, tante maschere tra noi, e dovremo togliercele una dopo l’altra prima di vederci finalmente a viso scoperto. Non avere fretta, non ti agitare, non allungare la mano verso la maschera, non gettarla ancora! Non è un caso che oggi, dopo tanto tempo, ci ritroviamo con la maschera sul volto, quando ciascuno di noi si è liberato dalla sua prigione e siamo qui, l’uno di fronte all’altro; non affrettarti a gettare la maschera, perché sotto ne troveresti un’altra, fatta di ossa, di carne e di pelle, che tuttavia è una maschera proprio come quella di seta. Dovremo gettare molte altre maschere prima che io possa vedere e conoscere il tuo volto. Ma so che da qualche parte, lontano, molto lontano, esiste anche un tuo volto diverso, ed è quello che un giorno devo vedere; perché ti amo.”

E tutto ciò che si dichiarano a cosa appartiene? Alla recita o alla vita? Al fascino della finzione o alla sofferenza della realtà e dell’abbandono?

Màrai lascia al lettore tutte le riflessioni sulla verità.

Ne I Ribelli diventa fatale l’incontro tra la “banda” e un ambiguo attore fallito che li affascina con le sue trasformazioni, conquista la loro fiducia, entra nei loro giochi fornendo costumi di scena, li fa credere liberi “dai tentacoli di quella disciplina che li aveva oppressi nella loro infanzia.” Si serve della loro ingenuità e della loro paura per i suoi loschi affari. “Ma l’attore aveva delle capacità di cui nessun altro era dotato.”…”Riusciva a parlare con loro come nessun adulto era mai stato capace di fare.”… “L’attore recitava, spinto dalla stessa necessità che costringeva anche loro a recitare, deformando la realtà dietro le smorfie dolorose di un personaggio, di una maschera. Per lui interpretare una parte era un’esigenza, così come per essi era una legge. Può darsi che l’attore sperimentasse i movimenti più autentici della sua vita solo mentre stava in scena; così come i ragazzi avevano la sensazione che la loro vita dietro lo schermo del reale fosse più autentica di ogni realtà."

Ed è lui, l’attore, il personaggio in maschera, che li porta cinicamente alla tragedia.

Ne Le confessioni di un borghese (1934), autobiografia dello scrittore, si ritrovano le radici dei suoi romanzi. E’ il libro chiave per capire l’opera di Màrai.

Si capiscono i passaggi importanti della sua vita, e, come nei suoi libri, le donne lo accompagnano ma non si vedono. Non si sa molto di loro, neppure se lui le ama: un velo di pudore le protegge dalla curiosità del lettore.

Indimenticabili le pagine dedicate alla Berlino e alla Parigi del tempo. Splendide città viste e vissute da un giovane giornalista straniero in cerca di affermazione.

Ultimo libro pubblicato Terra,terra (1969), completa l’autobiografia raccontando non più le ambiziose peregrinazioni di un giovane borghese ma le sofferenze di un borghese durante l’occupazione di Budapest da parte dei nazisti, prima, dei comunisti, poi. Nelle pagine che parlano dell’umiliazione della città amata, si sente il borghese ferito nel suo orgoglio che, in fondo, non si domanda cosa viva chi non appartiene al suo ceto sociale, ma soffre per ciò di cui lui, il borghese, l’intellettuale, viene privato. “La crudeltà burocratica, meccanizzata e impersonale è umiliante per l’uomo, mentre quella individuale si accontenta di causare tormenti.E adesso, ancora in uniforme, la crudeltà era ricomparsa a Budapest.”

L’interesse di questo libro, appassionato e dolente, è, inoltre, di farci sentire Màrai non più come un grande scrittore appartenuto alla Mittleuropa, ma uno scrittore vicino, contemporaneo, appartenuto alla nostra storia.

Sì, Sàndor Màrai nei suoi romanzi ci fa riflettere sull’amore, ma ci propone una riflessione ancora più profonda sulla verità e la finzione che appartengono, nello stesso modo, alla nostra vita.

3 settembre 2002

La donna giusta - commento

La Donna Giusta di Sándor Márai

Tre punti di vista, tre verità, tre personaggi che si abbandonano alla confidenza in tre lunghi monologhi.

Esiste la “persona giusta” per ciascuno di noi? Sembra questa la tesi del romanzo. Márai pensa che no, non esiste. In ciascuna delle persone che incontriamo e con le quali si sviluppa un rapporto d’amore c’è qualcosa d’importante per noi.

È una tesi affascinante (che condivido in pieno), che ci permette di vivere non in attesa di un solo incontro, quello fatale, ma prendendo, nell’intensità di ciascun incontro, ciò di cui abbiamo bisogno, in quel momento, per la nostra vita.

La Donna Giusta è il primo romanzo di Márai, tra quelli pubblicati finora da Adelphi, che affronta palesemente il conflitto di classe, il rapporto tra uomo e donna sul piano sentimentale, intellettuale e fisico. Scritto in tre fasi, 1941, 1949 e 1980, è, a mio avviso, il romanzo summa del pensiero di Márai. Mai, come in questo romanzo, lo scrittore si scopre e si abbandona al lettore. Anche lui, in un lungo monologo.

Due donne e un uomo. Non il solito triangolo che nasce dal tradimento, ma un triangolo che nasce da una diversa condizione sociale.

La prima donna, moglie raffinata e devota ama sublimando i sentimenti;

la seconda donna, la proletaria, serva di una casa borghese;

l’uomo, irrimediabilmente borghese, colui che rappresenta la sua classe sociale.

I tre si affrontano, si studiano, si controllano, si analizzano secondo le loro capacità di analisi e di reazioni.

Sullo sfondo delle vicende politiche dell’Ungheria del ’47 e del ‘56, Márai ci racconta di Peter, l’uomo borghese, l’intellettuale borghese che, intuendo il fallimento e il crollo del mondo a cui appartiene da generazioni, tenta di salvarsi, attraverso un amore proletario. Il proletario non ha bisogno delle giustificazioni e delle sofisticazioni dell’amore borghese, pensa Peter, il proletario appartiene alla Natura, nella semplicità e nella forza, forza che Peter sente liberatoria per sé e per le sue sovrastrutture.

Peter ignora che il proletario vuole solo diventare un borghese, mascherarsi da borghese, vivere come un borghese, depredare il borghese. È quella la sua aspirazione, da sempre. Ed è ciò che fa Judith, la serva. Peter la vede come occasione per uscire dall’ordine e dalla solitudine in cui si sente confinato. Judith vuole entrare in quel mondo per ripagarsi delle umiliazioni, per dimenticare la fossa con i topi nella quale ha vissuto da piccola. Ciascuno dei due segue un suo disegno. Ciascuno dei due fallisce in quel disegno.

Solo Lazar, l’intellettuale disincantato, ha coscienza che quella è la definitiva fine di un’epoca. E capisce quanto Judith abbia fatto parte di un gioco perverso, quanto sia stata usata per servire ancora una volta il borghese nell’illusione di averne occupato il posto, di aver vinto mentre, in definitiva, è ancora lei la vittima che si ritrova senza alcuna identità.

Márai ci dà pagine indimenticabili: da grande maestro della scrittura, della conoscenza dei sentimenti e dei grovigli nei quali i sentimenti sono costretti a muoversi.

Credo che ciascuno possa ritrovare un pezzo di ciò che ha vissuto in amore: meccanismi, trappole, finzioni, abbandoni.

La condizione borghese, grande tema dello scrittore, è raccontata come una gabbia dalla quale è impossibile uscire. E’ talmente infarcita di egoismo e di ripiegamento sui propri sentimenti da rendere impossibile l’affacciarsi sui sentimenti altrui.

L’analisi che Márai ne fa non può che essere di un borghese (quale lui era) che si dibatte in quella condizione e che la vive come fosse nella “città proibita” degli imperatori cinesi. Al di qua del muro si ignora l’umanità che vive al di là.

La differenza di classe, che negli altri romanzi fa da sfondo, in questo è il perno del libro e “l’altra” classe sociale viene presa in considerazione solo come possibilità di salvezza. Quindi, ancora una volta, sfruttata da chi ha il privilegio del potere economico e intellettuale.

Certi commenti sulla società nella quale il protagonista vive, sono di una grandissima attualità.

Solo nel 1980 Márai aggiunse al libro la quarta voce.

È il suo sfogo sul comunismo, sulla società consumistica che sostituisce quella borghese, sulla trasformazione di un mondo che non ritroverà più. È il grido dell’intellettuale di fronte all’ignoranza dilagante.

«Perché questa specie di Petõfi dei miei stivali le ha detto che al mondo c’è una cosa che è centomila volte meglio del mangiare e del bere. Che cos’è? Ma è la cultura! E le aveva anche detto che la cultura è un riflesso condizionato.»

Non è certo un caso che il libro finisca ambientato in America.

Non è certo un caso che, proprio in America, dove era andato in esilio, Márai si sia suicidato.

Luglio 2006

venerdì 19 gennaio 2007

L'animale morente - Philip Roth

L’ animale morente – commento al romanzo di Philip Roth -

Un Philip Roth in grande forma.

Ironico, profondo, drammatico in questo breve romanzo che sbrigativamente si potrebbe definire far parte del filone erotico (Il Lamento di Portnoy). A me è sembrato, invece, un’appendice della ormai famosa trilogia, un tassello da aggiungere a quell’impeccabile affresco sull’America del dopoguerra (La Pastorale americana, Ho sposato un comunista, La macchia umana), che lo scrittore ci ha regalato negli ultimi anni.

Un uomo maturo si innamora, senza controllo, senza freni, di una donna molto giovane, molto bella, distaccata, intrigante.

Siamo negli anni sessanta. L’America vive l’esplosione della rivoluzione sessuale, il diffondersi di comportamenti per cui le ragazze “non avevano il terrore biologico dell’erezione, non temevano la trasformazione fallica dell’uomo”. E per David Kepesh (già protagonista del racconto visionario e comico, Il seno), tutto è facile. Esercita con grande naturalezza il suo fascino e il suo ascendente sulle allieve, le punta come un cane da caccia e le ghermisce senza lasciarsi sfuggire le occasioni che, peraltro, le ragazze gli offrono senza alcuna cautela, senza alcuna richiesta.

Man mano che si va avanti nella lettura, ci si accorge però che non è per raccontare questo che Roth fa parlare David di Consuela, del suo corpo perfetto e dei suoi seni, “i più belli che abbia mai visto”.

La trasformazione sociale, l’attrazione ossessiva per questa donna diventano lo spunto per profonde e dolorose riflessioni sulla vita che passa, sulla distanza incolmabile tra giovinezza e vecchiaia, “la ferita della vecchiaia”, sulla morte. Sì, per David, Consuela è un’idea fissa, un’idea di possesso, ma senza amore, né passione, né sentimenti. Parla di corpi, di contemplazione dei corpi, dei piaceri che la sola contemplazione può dare. E’ sui corpi che le trasformazioni del tempo si vedono, molto più che sui sentimenti. E parla dei seni di Consuela. I seni, simbolo del nutrimento, da cui il vecchio - e Roth sfida questa parola – si nutre usando il sesso come “vendetta sulla morte. Non dimenticarla, la morte. Non dimenticarla mai”.

Ma la relazione finisce per un banale pretesto, come è logico quando in campo non ci sono sentimenti. Passa del tempo. David ha settant’anni. E’ solo, la notte di fine millennio. Un messaggio sulla segreteria telefonica gli riporta, come da un’ epoca remota, la voce di Consuela che gli chiede di vederlo. David, vincendo deboli incertezze, la richiama e la rincontra. Lei è sempre bellissima, con uno strano cappello e un’aria più matura che la rende molto femminile. Si abbandona e gli confessa piangendo che ha un cancro al seno e che sarà operata, forse di una operazione radicale. I seni, i suoi magnifici seni. Chiede a David di fotografarglieli perché nessuno ha mai amato il suo corpo come lui. E lui si presta, vuole accontentarla in tutto. Ma sente di non desiderarla più.

Con un colpo di coda la vecchiaia si vendica sulla giovinezza. “Ora il suo senso del tempo è come il mio, incalzante e ancor più sconsolato del mio. Consuela in realtà, mi ha sorpassato. Perché io posso ancora dirmi non morirò tra cinque anni, forse non morirò tra dieci…potrei viverne ancora altri venti, mentre lei…”

David ha settant’anni, non può più prendere di quel nutrimento. I seni non gli servono più.

Il cancro, il grande giustiziere!

Leggo una lunga intervista a Philip Roth che sta per pubblicare un libro “sulla morte.” Lo scrittore dice di dover affrontare questo tema a cui non pensava da tempo.

Non sono d’accordo con Roth. Nell’Animale morente mi sembra che questo pensiero, insieme a quello della vecchiaia, sia molto presente, come è presente nella trilogia. Nella Macchia umana, le pagine che descrivono la morte di un amico morente cosa sono? E cosa sono i personaggi di Roth che si confrontano con la giovinezza, se non una malinconica, rassegnata riflessione sulla morte?

A me sembra che Roth si confronti continuamente con il pensiero della morte: fa da sottofondo anche quando scrive di altro.

Maria Grazia Mezzadri Cofano

Klee, Paul

Un occhio che vede e l’altro che sente *

Sì, sì, tutto è matematica, Vasilij, tutto è geometria. La musica, la pittura, la mia pittura, Vasilij, la mia pittura. Le forme, i colori. Guarda: uno, due, tre, undici strisce, quindici rettangoli, trenta quadrati. E’ meraviglioso, Vasilij.

E’ la magia dell’astratto, il realismo dell’astrazione. Dovevamo arrivare a questi risultati, Vasilij. Non potevamo fermare la nostra ricerca. Tu dal microscopio, io dalla filosofia, dalla poesia, dalla biologia, dalla chimica.

Lavoro senza sosta da mesi, da anni, forse da sempre. Forse già dipingevo con la mente mentre suonavo e mio padre mi imponeva tante ore di esercizi.

Ho fatto 9000 opere, lo crederesti?. Solo in questi mesi ne ho dipinte più di 200.

Vedi, tutto è numero. Quando suono, suono numeri, quando dipingo, dipingo numeri. Li sento battere, scandire, presentarsi in un’ideale scala, ognuno in un posto preciso, in ordine, con una loro poetica fisionomia: allampanati, tondeggianti, supponenti. Uno, otto, tre, la perfezione. E il 21. Perché il 21 in un dipinto al ritorno dalla Tunisia? Me lo chiedi ma non lo so. Dovevo dare presenza a un acquerello senza titolo.

Grohmann, il mio amico Grohmann, ha letto perfettamente nelle mie opere. Ha detto, ma non ricordo a memoria, che «i numeri sono scritti nei vari quadrati e che, se si sommano quei numeri lungo le orizzontali e le verticali i risultati coincidono come nel noto quadrato magico».

Capisci Vasilij, aveva interpretato il mio bisogno d’armonia attraverso i numeri.

Il viaggio in Tunisia? Fu importante, più di quelli in Italia.

Fu allora che sentii di essere pittore. Non più la musica, non più il violino. Libero dalle suggestioni di mio padre e di mia madre.

Libero.

Il sole, i colori, la luce della Tunisia furono decisivi. Mi fecero cambiare la tavolozza: Caffè a Tunisi, Saint Germain presso Tunisi.

Come amai quei villaggi un po’ scomposti, freschi, luminosi!

I colori pastello mi hanno accompagnato a lungo. Impossibile separarmene. Sapessi quante volte ho deciso che avrei cambiato. Ritornavo a loro come per incantesimo.

Strada principale e strade secondarie, Separazione di sera, Luogo colpito, Le tre torri.

Le fasce a tinte tenui e poi decise, fonde, a indicare la fatica dell’ascesa verso la spiritualità, verso l’infinito.

Fu un lavoro duro. Mi fece uscire dal fantastico, da un certo figurativo magico che rimandava al sogno, all’inconscio. Discutemmo una notte intera bevendo limonata e gin. Ricordi? E Lily che ci interrompeva e ci diceva di smettere, che saremmo stati male. Ma come si poteva interrompere?

Eravamo inesauribili, instancabili. Eravamo giovani.

Sei paziente Vasilij. Le sai già queste storie e le ascolti ancora. Però oggi è diverso. Sono io che ho bisogno di ricordare, di ricostruire i passaggi della mia vita e della mia pittura. C’è calma, oggi.

Sono in delirio? Forse. La malattia non mi dà pace. Non mi permette più di usare le mani per quei segni sottili, delicati che hanno bisogno di attenzione. So che non vivrò a lungo, Vasilij. Lo so bene.

La vicinanza della morte ti impone di guardare attentamente dentro la vita, Vasilij, è una esperienza che supera ogni esitazione.

Forse ho sempre pensato alla morte, fin da giovane. L’ eccessiva riservatezza, che spesso mi hai rimproverata, non è stato il dono per affrontare oggi la malattia nel silenzio?

La severità di mio padre, l’angoscia che mi procurava il rapporto con lui, forse, non mi hanno mai abbandonato. I quadri di quel tempo, così vicini al gioco di un bambino, erano il modo di vivere una “mia” infanzia, fuori dal suo dominio e dalla debolezza di mia madre. Non riuscivo a contrastare né l’uno né l’altra.

Amavo la musica ma dovevo sfuggire al confronto. La mia musica l’ho dipinta. La melodia del colore l’ho sentita. Ricordi Fuga in rosso?

Ho dovuto costruirmi un mondo segreto di poesia.

Ti ho mai raccontato della mia amicizia con Rilke? Era il 1916 quando lo incontrai. Proprio l’anno in cui lo sconvolgimento della guerra lo colpì talmente da impedirgli di pubblicare per molti anni. Io avevo già scritto molte poesie che lui volle leggere.

Ricordo che Lily mi aveva appena regalato una raccolta di poesie cinesi. Affascinato dalla parola “hua” che in cinese e giapponese indica scrittura, disegno, pittura, ne discussi a lungo con lui.

Capisci l’attrazione? Poter unificare in una sola parola tre momenti fortemente indicativi dell’arte.

Non ho mai smesso di pensarci, lo sai.

Al Bauhaus, quel concetto fu la mia linea di insegnamento.

La nostra avventura al Bauhaus, Vasilij. Dieci anni esaltanti, dieci anni in cui abbiamo creduto nella possibilità di fondere arti e mestieri. Di annullare le distanze con gli allievi, di far crescere una generazione di artisti secondo una schema nuovo, universale. Ricordi che lo dicevamo spesso: universale? Sappiamo come è finita: umiliati dalla prepotenza politica che nulla aveva a vedere con l’arte. Eravamo romantici e fummo definiti “focolaio di bolscevismo intellettuale”.

Fu la prepotenza che mi fece abbandonare la Germania. Confiscarono le mie opere, ricordi? Noi, condividendo ideali e speranze, avevamo eletto quel Paese a Patria.

Arrivando a Berna mi sono sentito esiliato e orfano. Ho dipinto senza sosta.

Ho cambiato i colori. Scuri, questa volta, fondi. I colori di chi presagisce la fine. Di chi vuole rappresentare il suo percorso interiore, Vasilij. Ancora quadrati da contare, ancora linee, ancora segni di chi scrive attraverso il disegno.

I miei scritti. Appartengono a tempi lontanissimi.

Non posso più scrivere. Come vedi le dita sono deformate, la pelle devastata dalla malattia. Dovrei dettare a Lily, ma non posso sottoporla ancora di più al dolore delle mie difficoltà.

Tutto ha un tempo, Vasilij. Oggi la mia riservatezza è un privilegio. Mi permette di rimanere a lungo, chiuso nel mio studio, a confronto con la mia impotenza.

«Nell’al di qua non mi si può afferrare. Ho la mia dimora tanto tra i morti quanto tra i non nati. Più vicino del consueto al cuore della creazione, ma ancora non abbastanza vicino».**

*Così si definiva Paul Klee - 1879-1940

** Dal diario di Klee

Mi, 21 marzo 2006