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sabato 12 maggio 2007

sorella del mio cuore di Chitra Divarakuni

Sorella del mio cuore

Di Chitra Banerjee Divakaruni

Una bellissima storia d’amore. Di quelle che fanno bene al cuore, di quelle che fanno desiderare di incontrare persone così per vivere con loro una storia così.

Sono due bambine, e poi adolescenti e poi adulte, le protagoniste. Due sorelle che non sono nemmeno sorelle. Si credono cugine ma non sono nemmeno cugine. Sono amiche per la pelle, pronte a fare per l’altra ogni sacrificio, ogni rinuncia nella più grande riservatezza e con la più grande generosità.

Crescono insieme in una grande casa con tre donne che sono madri e zie e complici e consigliere. I padri sono partiti per vivere una avventura di cui si saprà tutto alla fine. E crescono a Calcutta, nella Calcutta di oggi in cui gli uomini sono informatici e ingegneri, viaggiano e si specializzano in America. Occupano posizioni impegnate, gli uomini, ma, nella vita privata, continuano a essere soggiogati dai voleri delle madri, secondo le antiche tradizioni. E se per gli uomini decidono le madri, per le ragazze decidono le madri dei maschi e le loro stesse madri.

Un mondo tutto femminile, insomma, che domina e subisce.

Non ci si può sottrarre alle tradizioni. Le ragazze non possono volere e scegliere l’uomo da sposare, il condizionamento della società è pesantissimo.

È questa una delle parti più interessanti del libro: il contrasto tra il nuovo, così avanzato, e il vecchio così radicato.

Lo stile di questa scrittrice è trasparente, lineare, con bellissime riflessioni sulla realtà della vita, dei sentimenti, delle rinunce che le donne devono affrontare. I personaggi femminile sono bellissimi e perfetti nei loro ruoli.

Ho rivisto il nostro Paese di cinquant’anni fa, quando alle ragazze si imponevano disciplina e restrizioni e comportamenti. E i rapporti dovevano essere regolati solo dalla famiglia. Il rapporto d’amore tra le protagoniste mi ha fatto rivivere lo stesso rapporto vissuto con una delle mie sorelle. Ci siamo amate senza riserve fino al momento in cui i fatti hanno rivelato che, forse, non era stato vero niente.

Loro invece (ma succede solo nei libri?), sono riuscite ad arrivare fino in fondo.

La delusione di questo libro, così piacevole, così vero, è arrivata nel finale: ispirata a Carolina Invernizio o ai Miserabili per l’inserimento di una scoperta abbastanza inverosimile .

Comunque vale la pena di leggerlo per la trasparenza e la forza dei sentimenti che ci dà nelle 300 pagine precedenti.

MGMC

7 maggio 2007

sabato 24 marzo 2007

Non di dire notte commento a Amos Oz

Non dire notte

di Amos Oz

Anche con questo libro di Oz riconfermo il mio amore incondizionato per lo scrittore israeliano. È un libro scritto nel 1994, quindi molto prima di Storia di amore e di tenebra.

Non voglio considerarlo una storia-metafora su Israele, come si è sempre tentati di interpretare i romanzi degli scrittori israeliani: Israele e sempre Israele. Naturalmente Israele c’è anche in questo romanzo, perché la storia è ambientata in un piccolo paese di fronte al deserto.

Voglio invece analizzare Non dire notte nel rapporto che Oz descrive, con indicibile sensibilità e raffinatezza, tra i due protagonisti: Theo e Noa. Vivono insieme e non sono sposati. Lui, urbanista di successo, sessantenne, e lei più giovane di diversi anni che si è dedicata molto a curare un padre, perlomeno, bizzarro. Vivono in una piccola località di fronte al deserto e ci sono arrivati perché Noa l’ha scelta per vivere la sua storia con Theo.

Dopo sette anni di vita insieme e in un momento in cui si sente l’assuefazione del rapporto: Succederà qualcosa Theo. Non hai anche tu il presentimento che è come se fosse finito il preludio? Noa, ha il desiderio di svincolarsi da questo rapporto esclusivo dimostrando le sue capacità, al di là dell’insegnamento. Vuole avere una iniziativa sua, tutta sua, nella quale buttarsi perseguendo obiettivi sociali. Vuole cogliere l’occasione che le viene data dalla morte per droga di un suo allievo. Vuole affrancarsi dall’influenza di Theo che certamente, dei due, è la “personalità”.

Ma Theo, con un sottilissimo gioco crudele, perverso, nel quale, forse inconsapevole, alternando intromissioni scoraggianti e improvvisi gesti di grande tenerezza, mette in azione la sua competenza e la sua autorità, e impedisce a Noa, senza un atto di forza, di realizzare ciò che voleva. E Noa si arrende.

Rivelatore il pensiero di Theo: Quante volte, in cucina, mi è venuta tutt’a un tratto voglia di dirle qualcosa che la ferisca veramente. Che le faccia male come uno schiaffone.

Quante volte si ha bisogno di ferirsi perché ci si ama e non si può pensare di rendere l’altro autonomo da noi? Quante volte il bisogno di possesso non permette alcuna generosità?

In un certo senso si può dire che quasi dappertutto si trovano sostanze che generano dipendenza.

E’ solo per dipendenza che Theo e Noa restano insieme? Come si può stare soli senza l’altro? E’ un grande tema da approfondire per tutti i rapporti e non solo per quelli d’amore.

Il romanzo, ha una struttura in cui si alternano i punti di vista di lui e di lei, e, a volte si inserisce una voce narrante esterna.

Per me un libro raffinatissimo, grande, come sempre Oz.

15 marzo 2007

Il mio nome è rosso commento a Pamuk

Il mio nome è rosso

Orhan Pamuk

I libri aggiungono all’infelicità dell’uomo una profondità che scambiamo per consolazione.

Comincio con questa frase la recensione allo straordinario libro di Pamuk. Può sembrare che il romanzo sia una riflessione sui libri. Non è così, ma l’ho amata talmente che mi piace citarla subito.

Il romanzo invece è una lunga riflessione sul confronto tra la cultura orientale e la cultura occidentale in una storia ambientata tra i miniaturisti turchi del ‘500. Diventa una miniatura lui stesso, il romanzo. Anzi, così minuzioso, così attento ai particolari, così “narrativo” nella raffigurazione di questo ambiente, che ci sembra vedere muoversi i personaggi tra i colori raffinati, vivi, studiati, tipici di quell’arte che tanto ammiriamo nei musei o nei monumenti turchi e islamici. Una straordinaria arte che portava i miniaturisti a diventare ciechi tanto era l’impegno che il lavoro richiedeva per dare al Sultano tutto il meglio della loro professionalità.

Lo sfondo, come in Istambul e in Neve, è il confronto tra le due culture: il declino della cultura orientale che non riesce a competere con quella occidentale.

I miniaturisti infatti si confrontano con l’arte che arriva da Venezia e che, solo in segreto possono guardare, ammirandola e volendo imitarla, pur condannandola per le raffigurazioni umane che la loro religione non permette.

Pamuk inserisce nel romanzo una trama gialla: c’è un assassino tra loro che uccide ferocemente i miniaturisti. Ma è un espediente per concedere qualcosa alla curiosità del lettore, secondo me, dato che la lettura di questo libro è decisamente impegnativa. Forse non era necessaria, o forse sì, non lo so.

So che Il mio nome è rosso è un libro di straordinario fascino. E quando, in alcuni momenti, si pensa che forse alcune pagine sono di troppo, alla fine ci si rende conto che la miniatura ha bisogno di tutti quegli elementi e che tutto, anche il più piccolo dettaglio, è indispensabile.

Da leggere, assolutamente.

15 marzo 2007

sabato 17 marzo 2007

Lentezza

Questo pezzo verrà pubblicato nel prossimo numero di Ascoltami

n. 20 – La Guarigione: Il tempo

Lentezza e velocità –

Una ridicola iniziativa

In uno degli ultimi giorni di febbraio è stato stabilito un giorno per “celebrare” la lentezza.

Naturalmente, nel proposito dei promotori, c’era l’idea di contrapporre la lentezza alla velocità, che oggi caratterizza la nostra vita.

Ma non vi sembra terribile proporre un giorno, un solo giorno dell’anno, alla scansione misurata del tempo? La lentezza, come la velocità, dovrebbero avere un loro naturale posto nello svolgersi della nostra giornata.

Alcune cose devono essere fatte lentamente, altre velocemente.

Se devi soccorrere un malato ci vuole rapidità, bisogna arrivare in tempo, è necessario correre. Se devi pregare o assistere un malato, bisogna avere il tempo necessario, non puoi avere limiti perché la fretta creerebbe solo molto disagio. Come si può affrettare il dialogo con una persona che fa fatica a parlare? E come si può essere sbrigativi con un bambino che cerca il contatto con l’adulto?

Viene elevano a straordinario valore un comportamento che dovrebbe far parte del nostro quotidiano.

Il tempo è proprio una di quelle cose che non può avere regole. Un viaggio in nave impone tempi di percorso molto diversi da un viaggio in aereo. Il mare, lo spazio, permettono la riflessione, l’abbandonarsi ai pensieri; l’aereo trasporta e catapulta da un posto all’altro del mondo senza dare il tempo di considerare le differenze di culture e di realtà.

Il giorno di febbraio diventa il ghetto della lentezza?

È possibile che l’anno prossimo, se verrà riproposta l’iniziativa, troveremo gadgets adatti: tartarughe e lumache saranno vendute in oro e pietre preziose, in cioccolato e torrone. In Cina la tartaruga è il simbolo della longevità: un bel simbolo in un’epoca in cui nessuno vuole più morire.

Stiamo perdendo così profondamente il senso della vita e il rispetto verso le esigenze di chi ci sta accanto da dover celebrare, con imposizioni dall’alto, comportamenti che dovrebbero essere naturali, dettati dall’amore, dalla dedizione?

E ciò che trovo insopportabile è che chi aderisce a queste “celebrazioni”, si sente in pace poi tutto il resto dell’anno e può regolare in pochi minuti rapporti che esigono invece tempo, tanto tempo.

Avete voglia di farci su una riflessione? Fateci sapere cosa ne pensate.

sabato 17 febbraio 2007

Everyman di Philip Roth - commento

Everyman

di Philip Roth

«La vecchiaia non è una battaglia: la vecchiaia è un massacro» è la dichiarazione che fa Roth a pag. 106 di Eveyman confermando un pensiero che lo perseguita ormai da anni.

Questo ultimo libro, dalla copertina nera, presentato come un capolavoro in America e in Italia, mi ha proprio delusa.

Roth riprende i suoi classici temi: la competizione del protagonista con l’immagine perfetta di un fratello (lo Svedese nella Pastorale americana), i fallimenti matrimoniali, la vecchiaia= malattia=morte, l’ossessione del sesso, il ricordo di giochi erotici perduti, e infine, il rifiuto totale di accettare una diversa condizione della vita, nel momento in cui la vita si trasforma anche perché il corpo non risponde più agli impulsi della giovinezza.

Avendo il tempo di analizzare i suoi precedenti (grandi), romanzi, si ritroverebbero gli stessi concetti, e, probabilmente, anche le stesse frasi. Comunque le stesse ossessione che Roth vuole rendere universali - non dando un nome al suo protagonista - ma che invece sono le ossessione dell’uomo Roth, e non, per fortuna, di tutti gli uomini anziani.

Sembra che per Roth, “vita” sia sinonimo di sesso, se questo viene meno, non si può più parlare di “vita”.

Questo libro dice, secondo me, che Roth ha ormai poco da dire. Non fa i conti con la morte, così come lui stesso aveva dichiarato tempo fa in una intervista, ma ripropone al lettore, forse furbescamente, cose già ampiamente dette e, secondo me, dette anche in modo più convincente e originale.

Tanto la trilogia sull’America mi aveva conquistato, tanto l’Animale morente, mi aveva coinvolta per alcune meditazioni che si potevano fare proprio sulla vecchiaia, tanto Everyman mi ha irritata provocandomi un rifiuto totale sull’autore.

Milano, 12 febbraio 2007

mercoledì 14 febbraio 2007

Istambul di Orhan Pamuk - commento

Istanbul

di Orhan Pamuk

Tristezza è la parola più usata da Pamuk per raccontare la sua storia d’amore con Istanbul.

Perché di una storia d’amore si tratta tra un bambino nato in una famiglia agiata, da una madre bellissima, che lui, (è evidente), ama molto, e una città languida, decadente, triste, grigia, sporca, con l’affanno, fino all’esasperazione, del confronto con l’occidente.

La tristezza «È una passione della mente che la città ha assimilato con orgoglio.»

Istanbul fa da sfondo alla vita di Pamuk e la vita di Pamuk fa da sfondo al racconto sulla città. Le due vite si incrociano piene di tristezza e malinconia: Istanbul, per il fallimento della sua ambizione di grande città al confine tra oriente e occidente, e Orhan, per una infanzia e una adolescenza tra genitori in costante tensione.

A testimonianza tante fotografie: scorci di una città in un affascinante abbandono, una città in bianco e nero, la definisce lo scrittore, e immagini di una famiglia borghese, con tutto il clichè dei borghesi benestanti.

E poi l’eccitazione dei letterati francese dell’800 per Istanbul, l’amore di Pamuk per la letteratura occidentale e per gli scrittori turchi, suoi maestri, promotori di una Enciclopedia di Istambul.

Dopo aver letto questo libro pieno di fascino e pieno di amore, mi ha colpita la fuga di Pamuk da Istambul per le minacce di morte ricevute. Devo confessare che non me lo sarei aspettato. Forse, dopo tante dichiarazioni, lo avrei immaginato sulle barricate fino all’ultimo respiro.

Ma anche gli scrittori sono uomini con tutte le loro paure. E quando si comincia a essere celebri deve essere molto difficile rinunciare alla celebrità e a tutto ciò che questa condizione si porta dietro.

12 febbraio 2007

martedì 30 gennaio 2007

Intorno alla mostra CINA

Intorno alla mostra CINA

Come si può scrivere della Cina di oggi senza tenere costantemente presente radici e percorsi di questo paese?

Feci il mio primo viaggio in Cina nel 1981 con l’associazione Italia-Cina, una delle poche organizzazioni che vi avevano accesso. Ricordo che quando decisi mi chiesi se era prudente affrontare quell’avventura. Ci arrivai con la testa piena della propaganda che si faceva sui nostri giornali: lampadine fioche, pensieri di Mao che venivano letti durante le ore di lavoro, cibo razionato. Mi aspettavo un paese cupo, triste e invece scoprii, nelle città che visitai: Pechino, Nanchino, Shangai, Canton e alcuni villaggi interni, gente che non aveva l’aria di essere traumatizzata.

Nei musei vidi famigliole cinesi, gente sorridente e sorpresa di vedere facce occidentali. Niente mi sembrò come avevo immaginato anche se i cinesi erano ancora tutti in divisa grigia, gli alberghi erano sporchi (molto), le strade delle città affollate da biciclette, esisteva un solo negozio per turisti e si parlava della rivoluzione culturale come del più grande flagello che avesse subito il Paese.

Molti argomenti erano tabù per le guide che ci accompagnavano. Vidi anche una delle ultime donne con i piedi fasciati. Piedi che venivano fasciati non per rendere le donne più belle ma solo perché non potessero scappare. Feci parte del primo gruppo autorizzato a entrare nel paese natale di Confucio, appena riabilitato e, accanto a delle bottegucce artigiane e la strada principale non fosse asfaltata, trovai una immensa libreria.

Riportai da quel viaggio l’impressione di una popolazione serena, nonostante l’evidente povertà.

Al ritorno mi misi a studiare la Cina e per un anno e mezzo. Lessi tutto quanto potevo trovare in giro: da Snow alla Collotti Pichen, alla Macciocchi, al romanzo del xvi secolo di Chin P’ing Mei che da solo è una grande lezione sulla Cina di quel tempo e di tutti i tempi fino a Mao.

Fui folgorata da quanto Mao avesse realizzato, da quanto la Lunga Marcia fosse stato un miracolo. Da Snow ebbi la spiegazione del perché fosse stato adottato il comunismo: l’occidente era la rappresentazione degli occupanti e il Giappone del vicino usurpatore. La Russia aveva aiutato Mao a stabilire una politica nel Paese, aveva mandato tecnici: inevitabile quindi la scelta.

E nel tempo, ritornata in Cina al seguito di mio figlio che vi ha lavorato per 10 anni realizzando grandi opere per una importante società italiana, ho riconfermato le mie opinioni, assistendo, stupefatta, alla velocità dei cambiamenti.

Sono stata in un cantiere nello Yanan quando ci volevano tre giorni di viaggio per arrivarci. Solo il treno da Kumming a Panzihua impiegava nove ore ed era occupato anche da topi oltre all’impossibilità di usare la toilette. Ricordo che viaggiai cercando di appoggiarmi il meno possibile al sedile e a tutto ciò che mi circondava.

Sono stata a Shangai quando ancora quel meraviglioso museo (costruito nel 1995 da un architetto giapponese), non era stato realizzato, quando Pudong, con i nuovi quartieri e il nuovo aeroporto, non c’era ancora, quando lo stupendo teatro d’opera costruito nel 1998 dall’architetto francese Charpentier, non era stato previsto. Ho avuto il privilegio di vivere una zona della Cina non da turista ma da residente, a contatto con la gente di tutti i giorni.

Ora, ciò che voglio sostenere è: senza Mao, oggi, questa Cina non esisterebbe. Ciò che mi dispiace in molti articoli che proliferano sui nostri giornali, è la sottolineatura del “totalitarismo” e gli effetti nefasti sul Paese. Persino per la soppressione dei Pokemon non sì è evitato il ridicolo attribuendola a un atteggiamento autoritario. Ma chi conosce questi cartoni mostruosi, sa che è solo un bene che un bambino non li veda. E non credo proprio che i bambini cinesi si sentano discriminati per questo.

Ma quando i giornali impareranno a essere seri?

Nell’articolo del 16 luglio scorso, Federico Rampini, corrispondente di Repubblica in Cina, dopo aver ripreso passaggi di Snow, aver detto dell’eroismo e delle enormi difficoltà vissute durante la Lunga Marcia, finisce col dire che Snow potrebbe essere stato strumentalizzato e che già allora, nella liberazione della Cina dai giapponesi, c’erano i germi della dittatura.

Ma ci si rende conto, intanto della tendenziosità e della malafede, ma anche di cosa voglia dire una rivoluzione in un paese in cui la Città Proibita, per secoli, è stata il simbolo del rapporto tra chi esercitava il potere e la popolazione? Dentro le mura la vita e i privilegi, oltre le mura non si aveva il diritto di esistere. Non era forse totalitarismo quello degli imperatori che “ignoravano” milioni di vite umane?

E’ su questo sfondo che metterei la bellissima mostra CINA che si è tenuta a Roma alle Scuderie del Quirinale. I famosi, stupefacenti guerrieri di terracotta, i bronzi, le porcellane, il guerriero di giada, tutti reperti provenienti dalle tombe degli imperatori, cosa sono se non una dimostrazione della potenza e della ricchezza degli Imperi che si sono succeduti? Quanti, ma quanti cinesi sono morti nella costruzione delle tombe che dovevano assicurare benessere e felicità ai potenti anche dopo la morte?

Le intenzioni di Mao erano quelle di sopprimere le distanze, dare a ciascuno una dignità di vita attraverso il lavoro e la cultura.

Certo, non è riuscito neanche a lui, come non riesce a nessuno, proprio a nessuno al mondo. Non posso negare che il regime di Mao non abbia portato morte, esecuzioni, lotte di fazioni, soppressione di nemici.

Ma chi conosce una rivoluzione che non abbia dovuto pagare questi prezzi? E in più, una rivoluzione che riguardava un miliardo di persone.

Non dimenticherò mai, nell’81, un gruppetto di cinesi, in un loro grande magazzino, guardarci stupiti e divertiti perché ci contendevamo le stoffe a quattro lire.

Mi raccontarono allora dei cadaveri che avevano galleggiato sul fiume Yangtze e della Banda dei quattro che aveva distrutto i monumenti storici (di cui vidi alcuni resti).

Ma quel gruppetto di cinesi divertiti, nel povero grande magazzino, non aveva raggiunto la dignità del vivere attraverso il lavoro, il cibo quotidiano, la coscienza di essere considerati? Io li ho visti: non avevano l’aria angosciata.

Non è un prezzo che si deve pagare per uscire da condizioni disumane come i cinesi poveri hanno vissuto prima della rivoluzione?

Noi europei ne abbiamo avute di esperienze tragiche, in dimensioni e condizioni ben più limitate. Mentre nel ’34 Mao costruiva, noi eravamo sull’orlo del baratro con la supponenza della nostra civiltà.

Non sembra strano che la Cina oggi sia il paese che sta preoccupando le grandi potenze occidentali e noi stentiamo a mettere insieme l’Europa?

D’altronde, se in Cina ci fosse la democrazia, così come la intendiamo noi, non ci sarebbe lo sviluppo economico che si sta realizzando. Impossibile tenere insieme un miliardo e mezzo di persone senza regole anche autoritarie.

Si denunciano i diritti umani violati, la povertà delle campagne, la non libertà di culto. Sicuramente, sarà tutto vero, ci sarà ancora molto da conquistare. Ma si arriverà anche a questi traguardi, ne sono certa.

Come possiamo noi europei, incapaci di sopprimere la povertà nei nostri paesi grandi quanto una provincia cinese, pontificare su una realtà che, come dice una frase famosa, si crede di conoscere dopo un mese, si pensa di dover approfondire dopo un anno, e dopo dieci anni si è certi di non aver capito molto?

Amo la Cina per questo potenziale di forza e di vigore, ammiro ciò che sta costruendo, e mi auguro che riesca a far vivere tutta la sua popolazione con la dignità che merita.


mercoledì 24 gennaio 2007

Guarigione dell'anima, accoglienza del cuore

Collaboro alla redazione del giornale Ascoltami. questo è un pezzo che verrà pubblicato nel prossimo numero


La voce dei familiari – n.18 La guarigione: l’accoglienza -

Guarigione dell’anima, accoglienza del cuore

«Non è stata violentata. Questa è stata la sua fortuna.»

Con tono calmo, semplice, Peter dice questa frase che, per noi donne contiene spavento e angoscia. È il tono, però, di chi ha ormai oggettivato una storia drammatica, e l’ha metabolizzata tanto da raccontarla a un altro come se raccontasse la trama di un romanzo.

L’ “altro”, in questo caso, sono io seduta accanto a questo bianco americano di quarant’anni, in un aereo che da Francoforte ci trasporta a Portland in Oregon. Peter è un ingegnere agronomo. Torna a casa, dopo due settimane, da sua moglie Beatrice, e dalla loro bambina, Alicia.

Come succede spesso in un lungo viaggio, abbiamo cominciato a chiacchierare per banalità. Lui, forse incoraggiato dai miei capelli bianchi, si è raccontato, dapprima in modo superficiale, poi su cose personali, e alla fine si è abbandonato a quella confidenza che interviene tra sconosciuti perché pensare di non rivedersi mai più rassicura e si può dare sfogo, ad alta voce, ai propri pensieri.

«Forse avrà seguito le vicende del Ruanda» mi dice Peter dopo un lungo silenzio.

«Sì, certo» gli rispondo sicura «ho visto un bello spettacolo teatrale.»

«Saprà del genocidio del 1994, della ferocia con cui le comunità etniche si sono affrontate. Mia moglie è ruandese. Ha vissuto in quell’inferno e si è salvata per miracolo.»

Avevamo già detto tutto su Portland, la piacevolezza di viverci, la serenità della sua famiglia, la gioia di aver una bambina quando non ci contava più.

Di fronte a quella confidenza realizzo la mia grossolana ignoranza e mi sento in colpa guardando quell’uomo piacevole, dal viso aperto, quasi familiare tanto è tipicamente americano.

Lascio perdere la sonnolenza che mi dà la xamamina, lascio andare le considerazioni superficiali che si fanno in situazioni del genere, e capisco di trovarmi di fronte a un uomo di qualità. Devo dargli molta attenzione se non voglio offenderlo.

«Mi dispiace. Una esperienza dolorosa.» Dico con molta partecipazione. «Come vi siete conosciuti?»

«Io lavoravo da un anno in Ruanda e lei lavorava per una società olandese con cui avevo contatti di lavoro. Un incontro solo amichevole. Quando sono partito le ho scritto fino a quando ho saputo che lavorava in Olanda. Mi ha stupito che avesse abbandonato Paese e famiglia, ma ho pensato a una opportunità di lavoro.

Non sapevo, invece, che fosse stata costretta a scappare e che la società per la quale lavorava l’avesse aiutata a mettersi in salvo. Non sapevo che fosse stata picchiata, torturata, braccata. Non sapevo che l’avessero portata via alla famiglia per ucciderla. Non sapevo nulla, pur conoscendo bene le tensioni del Paese. Beatrice, allora, aveva venticinque anni ed era molto bella.

Desiderando fortemente rivederla, l’ho raggiunta in Olanda: una donna trasformata dalla paura, dall’angoscia, dallo sradicamento.

Ho capito, guardandola, cosa possa essere la sofferenza portata all’estremo limite. Le atrocità vissute, dette con pudore e abbandono insieme, mi hanno rivelato il suo animo, la sua sensibilità. Sapevo già di essermi innamorato di lei, fin dal Ruanda, ma in quel momento l’ho amata con un trasporto che non avrei immaginato. Le ho chiesto di sposarmi e di venire in America con me. Quattro anni fa è nata Alicia.»

Ero così commossa da questa storia da desiderare di conoscere Beatrice. Forse non faceva parte del rituale delle conoscenze occasionali e forse, di fronte a questa richiesta, Peter poteva sentirsi a disagio. Ma lui, leggendomi nel cuore, mi ha detto: «Beatrice e Alicia mi aspettano in aeroporto. Le fa piacere conoscerle?»

Gli ho risposto di sì con la testa mormorando: «Grazie».

Una volta atterrati e sbrigate le pratiche di controllo ci siamo avviati insieme all’uscita.

Quando ho visto una donna di colore, alta, dai lineamenti delicati, elegante nel vestito etnico, con in braccio una piccolina dai capelli neri e ricci, ho riconosciuto Beatrice e Alicia.

Erano al sicuro, erano sane, erano serene.


Mi, 11.10.2006

venerdì 19 gennaio 2007

Americaaaaaaa

Americaaaaaaaaa!

Baricco, Tornatore, Novecento, Il pianista sull’oceano. I grattacieli di Manhattan che si rispecchiano nell’occhio sinistro dell’emigrante italiano.

E’ tutto ció che mi é venuto in mente allontanandomi con il battello dalla riva per la gita di sera. Forse le luci di quei grattacieli si stavano riflettendo nel mio occhio sinistro, ho pensato. E la voce della guida mi è sembrata stridula e ammaestrata mano a mano che ci avvicinavamo a Staten Island e ci indicava l’isola in cui gli emigranti venivano tenuti in quarantena appena sbarcati: Ellis Island, e ci raccontava della Statua della Libertá. Come mi sembrano ammaestrate tutte le teorie che vogliono questo paese il piú libero e il piú democratico del mondo.

Tanto per porsi domande su avvenimenti noti al mondo intero: questo non é il Paese che non ha esitato a massacrare gli indiani per prenderne il territorio? Non é il Paese che ha tenuto i negri in schiavitú per secoli? Non é il Paese che ha fatto entrare milioni di emigranti poveri, affamati, con i loro stracci nelle valigie di cartone, solo perché aveva bisogno di quei poveri, di quegli affamati per continuare ad affermare la sua vocazione di schiavista?

Questo Paese si é mai domandato quali ansie, quali disagi, quali frustrazioni gli emigranti vivessero? E la nostalgia? E la malinconia?

Il Vietnam, il Cile, l’Argentina, le bombe scaricate sul Laos, l’Iraq, Guantanamo...

Americaaaaaaaaa!

Feci il mio primo viaggio in America nel 1966 e ancora tre nel giro di pochi mesi. Rimasi qualche tempo a New York, Washington e San Francisco. Ci andai per lavoro.

Incontrai tre realtá molto diverse tra loro. Mi colpirono le diversitá ma non riuscii, allora, ad approfondirle.

Ero Alice nel paese delle meraviglie. Tutto immenso, tutto straordinario, tutto sorprendente. Dal pomodoro al taxi, dal negozio di dischi all’ascensore. Avevo in testa le immagini dei film con Frank Sinatra, Doris Day, Greer Garson. Quello che vedevo corrispondeva. Abitai al Woldorf Astoria e al Park Hotel: moquettes turchesi e bagni con doppi lavandini. Colazione portata in camera con il carrello da un cameriere negro.

Un incanto per una che non si era mai spostata cosí tanto dall’Italia, che non aveva termini di paragone. Per una educata al risparmio, per una che di quell’opulenza non aveva idea e che, soprattutto, non aveva cultura per interpretarla.

Mi portarono ad Harlem in una macchina accuratamente chiusa, con i vetri affumicati, perché era a rischio, quella visita. E a San Francisco assistetti, invece, a un ricevimento di negri in abito da sera.

I negri, allora, venivano chiamati negri.

Sono tornata, solo a New York, quest’anno: 2005.

Non l’ho vista immensa come allora, niente mi ha piú veramente stupita se non l’esibizione della grandezza. Ho capito che era cambiato il mio modo di guardare questo Paese.

E’ ovvio, dopo quarant’ anni, mi sono detta. Ma ho sentito che non mi arrivavano le stesse emozioni che se fossi ritornata a Londra o Parigi, ad Amsterdam o Madrid. Dopo quarant’ anni avrei notato i cambiamenti dello sviluppo economico, dei costumi, del traffico, ma avrei sentito Van Gogh e Rembrandt, Velasquez e Goya, Turner e Manet ancora lá, intorno. Quelli erano stati i loro luoghi di vita e d’ispirazione.

E io sarei stata in Europa.

Qui invece ho avvertito una sorta di immobilitá, pur nei cambiamenti apparenti.

I negri, infatti, si chiamano afro-americani e nei telefilm impersonano magistrati e poliziotti incorruttibili. Oggi, li incontri per le strade del centro: pochi nella Fifth Avenue o nella Park, molti nella Broadwai dove i negozi sono popolari e i prezzi abbordabili. Ad Harlem, che si trasforma in quartiere residenziale per bianchi, i turisti passeggiano convinti di immaginare che razza di ghetto sia stato per tanti emarginati. Dove vadano a finire i negri, anzi, gli afro-americani che lo hanno abitato per anni, non se lo chiede nessuno.

Little Italy é patetica con i negozietti di salami e caciotte che devono corrispondere a uno stereotipo italiano: lo squallore e l’odore di rancido che avevano in Italia cinquanta, sessanta anni fa. Al confine incalza Cinatow che ormai occupa, con le sue cianfrusaglie, i bugigattoli che sono stati degli italiani.

No, a colpo d’occhio, questa cittá non é cambiata.

Gli emarginati continuano a essere sempre emarginati. E la forza, la supponenza, l’arroganza del padrone é sempre la stessa, sempre piú dichiarata, esibita.

I primati, ecco la storia americana. Le guide si compiacciono di dire “ïl piú grande, il piú importante, il piú alto del mondo”. E tutti credono di partecipare da protagonisti a questo “piú”.

Mi sono detta: cosa sarebbe l’America senza i primati?

New York é l’ostentazione, New York é la crudelta’, New York é il cinismo dell’ America. Come King Kong: grande, grosso, terrorizzante, ma che (e lo spero fortemente), non riuscirà a evitare il suo annientamento.

No, New York, non mi ha impressionata piú.

Nei suoi Musei, con le collezioni “piú” numerose del mondo, non si trovano che capolavori europei e cinesi e egizi. Tutto arriva da “ältrove”. La loro pittura, con molta buona volontá, comincia dalla fine dell’Ottocento. E quella del Novecento ha l’esigenza di denunciare la solitudine, la poverta’ umana, la frustrazione di chi vive questa realtá: Hopper, Worhol, Pollock...

Le grandi orchestre americane hanno una sola radice: famosi direttori europei, ingaggiati alla fine dell’Ottocento dai magnati in cerca di pubblicitá, o negli anni ’30 in fuga dal nazismo e dal fascismo. Come Malher, Furtvangler, Toscanini.

Cosa si impara in questo paese se non a sopravvivere sopraffacendo l’altro? La legge del piú forte, del piú grande, del piú alto.

L’Egitto, la Grecia, l’Italia avrebbero bisogno di avere il magazzino piú grande del mondo? Hanno le Piramidi, il Parthenone, il Colosseo che raccontano una storia di milioni di anni di cultura.

Quanti americani conoscono questa storia? Gli intellettuali, quelli che viaggiano. Ma quanti viaggiano in un paese cosí sterminato?

Credo che ci sia, nell’ americano medio, la convinzione che niente somigli a ció che lui vive. Non ha bisogno di paragonarsi. Appartiene ai “piú”.

Dove sono finiti quei bei ragazzoni alti, biondi, sani con i capelli a spazzola che tanto ci hanno fatto vedere nei film di guerra degli anni ‘60?

Oggi, forse appartengono tutti ai “piú” grassi. E’ impressionante il numero di obesi che si incontra. Giovani e anziani, uomini e donne e ragazzi.

Mi dicono che piú si scende nella scala sociale e piú sono grassi perché nutriti dai Mac Donald e dai tanti cibi confezionati che si comprano a basso costo negli immensi e innumerevoli supermercati.

Ma un paese dove si é “piú”, perché non si occupa di una piaga sociale cosí diffusa?

Certo, le mie sono considerazioni superficiali, a “botta calda”.

Certo, di un paese come questo si é sicuri d’aver captato atmosfere importanti dopo poche settimane; di doverle approfondire, dopo mesi; e di doverle studiare a fondo, dopo anni.

Mio figlio vive e lavora in Oregon, a Portland. Una cittá democratica, pacifista, ambientalista.

Passo dei periodi nella sua casa situata in un quartiere di una perfezione imbarazzante, quasi angosciosa.

Case unifamiliari in legno, stile Tudor, con giardini, fiori, prati curatissimi. Bandiere americane o bandiere, comunque, che danno il benvenuto ai passanti.

Alberi, procioni che abitano i giardini, scottaioli che attraversavano le strade e si arrampicavano su per i tronchi sgranocchiando qualcosa, porte senza allarmi, auto posteggiate davanti alle case. E strade deserte durante il giorno: puoi passeggiare per ore senza incontrare nessuno, nel silenzio piú completo. E se qualcuno lo incontri ti saluta, ti augura buona giornata. Magari sta portando a spasso il cane e ne raccoglie con cura la cacca, in possesso com’é di sacchetti distribuiti dal Comune.

Mi sono chiesta: chi c’é dentro queste case? Gente giovane, felice, sana che corrisponde alla perfezione di Truman Show? O ci sará un regista che questa perfezione la dirige?

Non lo so. E’ difficile immaginare anziani, malati o gente piena di odio e di frustrazioni.

Cosa apprezzo di quello che conosco dell’America?

La “civiltá del cesso”. Dovunque hai toilettes perfette. Persino con la crema per le mani e i tampax offerti in un grazioso cestino. Se non fossi in menopausa da anni, ne approfitterei volentieri.

E poi la super-organizzazione.

Se un sabato sera, alle 20,30 ti venisse voglia di ordinare una mutanda elastica nera, puoi telefonare alla casa che la distribuisce, chiedere di parlare nella lingua che preferisci, ordinare dando il numero della tua carta di credito e il lunedí la ricevi puntualmente a casa insieme al catalogo che ti presenta la collezione completa di mutande.

Tutto é fatto per vendere, per far comprare. In ogni negozio i commessi ti vengono incontro per chiederti se hai bisogno di informazioni, ti salutano augurandoti buona giornata, buon pomeriggio, buona serata. Le frasi sono programmate, senti che c’ é la preparazione. Ma sei sempre accolto e trattato con grande riguardo. Sei sacro perché puoi comprare e loro sono lí per incoraggiarti a farlo. Hanno studiato per questo.

A New York ho potuto cambiare tre volte una camicia passando da un negozio all’altro. E ho potuto comprare in super saldo pantaloni e golf. C’é sempre un reparto saldi, non una stagione per i saldi. E la gente compra quando é opportuno comprare. L’estate per l’ inverno e viceversa.

A settembre é giá tutto pronto per Natale e per l’anno prossimo. Agende e nastri e cartoncini.

E’ sufficiente per accettare e vivere un paese?

Ripenso a Novecento di Baricco e Tornatore. Ripenso alla nostra cultura e ai nostri squilibri. Alle nostre difficoltà e ai nostri sogni infranti. E mi convinco che anch’io, come Novecento, non avrei abbandonato la nave per andare verso strade senza fine.

Maria Grazia Mezzadri Cofano

Portland, 29 settembre 2005

In compagnia dei libri

In compagnia dei libri

Ho cominciato a leggere a sei anni e oggi ne ho settanta. Non ho mai smesso. “La prima patria” li definisce Sàndor Màrai.

I libri hanno sempre segnato le vicende della mia vita: attraverso di loro, ricostruisco la mia biografia.

Da sei fino a quattordici anni sono stata accompagnata dalla Scala D’Oro, una collana dalla Utet che pubblicava i classici ridotti per ragazzi. I protagonisti dell’Isola del Tesoro, Bertoldo, i Figli del Capitano Grant, Sigfrido, furono i miei eroi.

Mi sposai giovanissima con un uomo che considerava i libri oggetti che pesavano. Dovetti ingegnarmi per comprare i classici che mi interessavano. Volevo la mia biblioteca.

Fu l’epoca di Bacchelli, di Palazzeschi, di Pirandello, di Proust.

Il mio matrimonio si rivelò molto infelice. Mi rifugiai allora in Joyce (indimenticabile il monologo di Molly), e soprattutto in Kafka, che più di altri corrispondeva ai miei stati d’animo. Erano gli anni ’60 e non era facile uscire da una condizione di infelicità matrimoniale.

Ci riuscii a fatica.

Naturalmente, tutti gli avvenimenti che seguirono, mi portarono a coltivare letture diverse.

Fu l’innamoramento per Pasolini, Calvino, Gadda, Freud, Canetti. Ciascuno andava nel senso della mia vita, ciascuno dava il suo contributo alla mia solitudine, alle mie malinconie, alla mia crescita.

La scoperta di Strindberg fu una folgorazione. Metteva a fuoco lo spietato gioco al massacro che si consuma nei rapporti “d’amore” tra un uomo e una donna. Metteva in evidenza la fragilità del maschio di fronte a un certo sottile e perverso comportamento della femmina. Corrispondeva a ciò che man mano scoprivo nelle esperienze che facevo.

Quando la sofferenza e la perdita dell’uomo amato sono entrate nella mia vita, i libri sono stati un sostegno prezioso per meditare e accettare, per dare una risposta a tanto dolore e a tanta silenziosa ribellione.

Come si può raccontare del ruolo di ogni libro?

Più sono cresciuta e più ne ho avuto bisogno. E quando me ne innamoro, diventa un amore assoluto che avrebbe voglia, solo, di essere comunicato e condiviso, come i grandi amori.

Ma chi ama i libri sa tutto questo, proprio come chi ama, per sempre, un uomo o una donna.